Nel 2024 i servizi di salute mentale hanno seguito 845.516 utenti, con un tasso medio nazionale di 171,9 ogni 10.000 abitanti adulti, ma con differenze territoriali molto marcate che vanno da 119,1 nelle Marche fino a 447,2 in Liguria. Il sistema intercetta soprattutto una popolazione adulta e in progressivo invecchiamento, con il 66,3% degli utenti sopra i 45 anni e una prevalenza femminile pari al 55,9%. I nuovi accessi restano elevati, 272.497 persone entrate per la prima volta nel 2024, segno di una domanda che continua a crescere e che mette sotto pressione i servizi territoriali.
I dati emergono dal Rapporto sulla salute mentale 2024 del Ministero della Salute appena pubblicato. Ed è proprio entrando nel merito di questi numeri che emergono alcune criticità ormai strutturali.
Sul piano clinico si delineano pattern consolidati ma tutt’altro che rassicuranti. I disturbi depressivi e affettivi colpiscono molto di più le donne, con un tasso di 46,5 ogni 10.000 abitanti contro i 27,0 degli uomini, mentre tra i maschi risultano più frequenti schizofrenia, dipendenze e ritardo mentale. I servizi territoriali hanno erogato oltre 10 milioni di prestazioni, con una media di 13,6 interventi per utente, e un forte peso dell’assistenza infermieristica, che rappresenta il 44,1% delle attività, seguita da quella medica al 28,9%. La presa in carico resta quindi intensiva ma fortemente sbilanciata su attività cliniche e meno su percorsi di riabilitazione e inclusione sociale.
La rete ospedaliera continua a rappresentare una valvola di sfogo importante. Nel 2024 si registrano 141.317 dimissioni per disturbi mentali, con una degenza media di 12,2 giorni e un tasso di riammissione non programmata entro 30 giorni pari al 14,3%. I trattamenti sanitari obbligatori sono 4.586 e rappresentano il 5,3% dei ricoveri nei reparti pubblici.
Anche il pronto soccorso fotografa una pressione costante, con 636.113 accessi per patologie psichiatriche, pari al 3,3% del totale degli accessi, e un esito in ricovero nel 12,1% dei casi.
Il 75% degli accessi si conclude con dimissione a domicilio, segno di un utilizzo spesso improprio o comunque non accompagnato da una presa in carico strutturata.
Sul fronte economico e organizzativo il quadro resta complesso. Il costo medio annuo dell’assistenza psichiatrica si attesta a 75,2 euro per abitante, con una spesa territoriale di oltre 3,5 miliardi di euro e una componente residenziale particolarmente rilevante.
Anche la farmaceutica incide in modo significativo. In regime di assistenza convenzionata si registrano oltre 419 milioni di euro per antidepressivi con quasi 39 milioni di confezioni, 89 milioni per antipsicotici e 4,5 milioni per il litio.
Il personale complessivo raggiunge le 33.142 unità, ma con una distribuzione che vede gli infermieri al 37% e i medici al 14,5%, segno di un sistema che regge sull’assistenza continua più che sulla presa in carico specialistica integrata.
In Sicilia
Nel 2024 risultano attivi 9 Dipartimenti di Salute Mentale, con 113 strutture territoriali psichiatriche, pari a circa 2,8 ogni 100.000 abitanti, un valore in linea ma non superiore alla media italiana. Il divario emerge soprattutto nell’area residenziale e semiresidenziale. Le strutture residenziali sono 73, pari a 1,8 ogni 100.000 abitanti, mentre quelle semiresidenziali si fermano a 38, cioè 0,9 ogni 100.000 abitanti, a fronte di valori nazionali pari rispettivamente a 3,9 e 1,6.
Questo squilibrio incide sulla tenuta complessiva del sistema, perché limita la capacità di gestire il passaggio tra ospedale e territorio, uno snodo decisivo per evitare ricadute e ricoveri ripetuti. La minore presenza di servizi rende più difficile accompagnare i pazienti nei percorsi di cura e aumenta il rischio di interruzione della presa in carico, soprattutto nei casi più complessi.
Il dato sulle riammissioni entro 30 giorni, pari al 14,3%, assume in questo contesto un valore ancora più critico, perché segnala il rischio concreto di un circuito ricovero-dimissione-ritorno che il territorio fatica a interrompere.
Anche sul versante dell’emergenza emergono elementi coerenti. I 636.113 accessi al pronto soccorso per disturbi psichiatrici registrati a livello nazionale confermano il ruolo dell’emergenza come punto di accesso ai servizi, soprattutto nei contesti in cui il territorio non riesce a intercettare precocemente il disagio. In una realtà con minore dotazione di servizi, come quella siciliana, questo fenomeno tende a diventare ancora più rilevante.
Sistema sotto pressione
L’equilibrio del sistema di salute mentale si regge su tre pilastri, farmaci, personale e risorse economiche, che mostrano segnali evidenti di stress. La componente farmaceutica continua ad avere un peso rilevante, riflettendo non solo la diffusione dei disturbi dell’umore, ma anche una gestione spesso centrata sul trattamento farmacologico più che su percorsi integrati.
Anche sul piano delle risorse emerge uno squilibrio. Una quota significativa della spesa si concentra sull’assistenza residenziale, a scapito degli interventi di prevenzione e presa in carico precoce. Questo orientamento conferma un modello ancora fortemente legato alla gestione della cronicità.
Il personale rappresenta un ulteriore nodo critico. La composizione degli organici, con una forte prevalenza di infermieri e una presenza più limitata di psicologi e assistenti sociali, rende più difficile costruire percorsi multidisciplinari completi. Nei territori con minore dotazione di servizi, come la Sicilia, questo squilibrio si traduce in una maggiore difficoltà nel seguire i pazienti al di fuori dell’ospedale.
La sfida del Piano nazionale
L’equilibrio del sistema si regge su tre pilastri, farmaci, personale e risorse economiche, che mostrano segnali evidenti di stress. La componente farmaceutica continua ad avere un peso rilevante, riflettendo non solo la diffusione dei disturbi dell’umore, ma anche una gestione ancora centrata sul trattamento farmacologico. Allo stesso tempo emerge uno squilibrio nella distribuzione delle risorse, con una quota significativa della spesa concentrata nell’assistenza residenziale, a scapito degli interventi di prevenzione e presa in carico precoce.
Il personale rappresenta un altro nodo critico. La composizione degli organici, con una presenza più limitata di psicologi e assistenti sociali, rende più difficile costruire percorsi multidisciplinari completi. Nei territori con minore dotazione di servizi, come la Sicilia, questo squilibrio si traduce in una maggiore difficoltà nel seguire i pazienti al di fuori dell’ospedale e nel garantire continuità nei percorsi di cura.
In questo contesto si inserisce il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, approvato in Conferenza Unificata il 29 dicembre 2025, con l’obiettivo di riorganizzare il sistema e rafforzare la presa in carico territoriale. L’impostazione appare coerente con quanto emerso nel 2024, che ha evidenziato criticità nella continuità dei percorsi e nella gestione delle fasi più delicate dell’assistenza.
Il limite principale resta però la traduzione operativa. Il Piano non introduce risorse automatiche né vincoli stringenti e lascia alle Regioni il compito di trasformare gli indirizzi in scelte concrete. Il rischio è che la distanza tra programmazione e attuazione resti ampia, soprattutto nei contesti più fragili.
In Sicilia questo scarto appare ancora più evidente. La minore dotazione di strutture riduce la capacità di garantire percorsi continui e aumenta il ricorso all’ospedale. Anche l’integrazione tra sanitario, sociale e ambito penitenziario resta incompleta, con criticità particolarmente evidenti nella gestione dei pazienti autori di reato.
Alla base resta il nodo delle risorse. Senza investimenti su personale e servizi, il rischio è che gli obiettivi del Piano restino sulla carta.
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