L’assessorato regionale della Salute mette ordine e prova a uniformare l’attivazione degli Ospedali di Comunità (OdC), col D.A. n. 69 del 23 gennaio 2026, chiedendo alle Asp di adeguare le linee operative locali dove risultano carenti o non coerenti, così da evitare un sistema a velocità variabile tra province. Il decreto, firmato dall’assessore Daniela Faraoni, si colloca nel quadro della pianificazione regionale guidata dal Dipartimento Pianificazione Strategica diretto da Salvatore Iacolino.
Gli Ospedali di Comunità occupano una posizione intermedia tra assistenza domiciliare e ricovero ospedaliero e accolgono pazienti clinicamente stabilizzati ma non gestibili in sicurezza a casa. Si tratta di ricoveri a bassa intensità clinica, rivolti soprattutto a fasi post acute o a riacutizzazioni di patologie croniche, inseriti in una strategia che punta a rafforzare la continuità delle cure e a ridurre il ricorso improprio all’ospedale.
Il cambio di passo riguarda soprattutto il carattere vincolante del modello. Le indicazioni regionali non si limitano a tracciare un perimetro di riferimento, ma impongono alle Aziende sanitarie provinciali di adeguare le procedure operative già in uso. Ne deriva una riduzione degli spazi di autonomia organizzativa locale e un rafforzamento del governo regionale della rete.
In questo assetto, l’operatività delle strutture non coincide con la sola apertura. Infatti, un Ospedale di Comunità può essere considerato attivo solo dopo la validazione regionale e l’inserimento nell’anagrafe ministeriale delle strutture territoriali, distinguendo tra avvio formale e riconoscimento amministrativo.
PNRR e responsabilità dirigenziali
La Regione, come ha più volte evidenziato, ha scelto di puntare su 43 Ospedali di Comunità complessivi, distribuendoli sull’intero territorio siciliano. Una programmazione che supera il perimetro minimo richiesto dall’Unione europea e si collega agli impegni assunti nel 2022 nell’ambito del PNRR, che fissano per la Sicilia un target di 39 strutture operative entro il 31 marzo 2026.
Su questo impianto si innesta un passaggio politicamente rilevante, perché trasforma un obiettivo di riforma in una leva di governo. Il raggiungimento del target PNRR viene infatti agganciato direttamente alla valutazione dei Direttori Generali e, di conseguenza, delle direzioni sanitarie e amministrative. In questo modo l’attivazione degli Ospedali di Comunità smette di essere solo un adempimento organizzativo e diventa un indicatore di performance dirigenziale, incidendo sulla permanenza in carica, sulle valutazioni e sugli equilibri di vertice delle Aziende sanitarie
Personale e assetto organizzativo
Gli standard di personale vengono definiti in modo puntuale e vincolante nel documento. Nello specifico, per un modulo da 20 posti letto è prevista una dotazione di 7–9 infermieri, con assistenza garantita 7 giorni su 7, 4–6 operatori socio-sanitari, personale riabilitativo con fisioterapista anche con funzioni di case manager diurno, e un medico presente per almeno 4,5 ore al giorno per 6 giorni a settimana. La continuità assistenziale nelle ore senza medico viene affidata alla medicina territoriale, anche tramite teleconsulto.
Il modello assegna inoltre la responsabilità organizzativa e assistenziale dell’Ospedale di Comunità a un infermiere, configurando una gestione prevalentemente infermieristica della struttura. Una scelta che ridefinisce gli equilibri professionali e sposta sul personale sanitario non medico una parte rilevante del governo operativo, rendendo ancora più centrale il tema della sostenibilità in un contesto di carenza strutturale di risorse umane.
Non solo “bassa intensità”
Sul piano tecnologico e della sicurezza clinica, gli Ospedali di Comunità non si limitano a una bassa intensità assistenziale. Le dotazioni minime includono strumenti per il monitoraggio clinico e per la gestione dell’emergenza, come cardiomonitor con defibrillatore e sistemi di ventilazione manuale. Nelle strutture più distanti dai centri diagnostici, invece, è prevista anche la possibilità di strumenti “Point of Care”, ossia strumenti diagnostici di primo livello. L’Ospedale di Comunità non si configura come un luogo di semplice assistenza, ma come una struttura capace di intercettare precocemente le instabilità cliniche.
Gli accessi
L’accesso agli Ospedali di Comunità è regolato da criteri clinici stringenti e da strumenti standardizzati, come la scala NEWS2 e l’Indice di Intensità Assistenziale, pensati per uniformare le decisioni e ridurre discrezionalità. I criteri di esclusione sono altrettanto netti e limitano l’ingresso ai pazienti clinicamente stabili, escludendo situazioni di instabilità acuta o bisogni prevalentemente sociali. Una scelta che rafforza l’appropriatezza, ma che solleva implicitamente il tema di dove vengano indirizzati i pazienti esclusi da questo perimetro.
In parallelo, come previsto dal PNRR, l’integrazione digitale dei percorsi assistenziali entra nella fase operativa. Le strutture progettano cartelle clinico-assistenziali in dialogo con il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 e attivano flussi informativi dedicati per tracciare attività ed esiti. Questo passaggio rafforza il governo dei percorsi e rende più misurabili le prestazioni, spostando l’attenzione dalla sola attivazione formale delle strutture alla loro operatività reale.
La regia delle COT
La Centrale Operativa Territoriale assume un ruolo centrale nel governo dei percorsi, dalla gestione delle liste di attesa agli ingressi, fino al raccordo tra ospedale, territorio e domicilio, anche grazie al sistema di integrazione digitale che consente di coordinare flussi informativi e decisioni operative. Le COT diventano così il fulcro organizzativo della rete territoriale, chiamate a garantire continuità assistenziale e a gestire le transizioni tra i diversi setting di cura.
Le zone d’ombra
Accanto a una regia sanitaria che assegna alle COT il coordinamento dei percorsi, emergono alcune criticità che entreranno in gioco nella fase di attuazione. Il documento richiama il coinvolgimento dei servizi sociali e del livello comunale come principio, ma non definisce ruoli, tempi e responsabilità operative, lasciando scoperta la gestione della fase post-dimissione nei casi più complessi.
A queste criticità si sommano ambiguità interne al modello organizzativo. Il testo colloca la durata della degenza tra quattro e sei settimane, ma fissa un limite massimo di trenta giorni, mentre la dotazione dei posti letto varia da quindici a venti come standard ordinario, con la possibilità di estensione fino a quaranta unità. Inoltre, il modello assegna la responsabilità organizzativa a figure infermieristiche in un contesto di presenza medica limitata e non indica percorsi alternativi per i pazienti esclusi, aprendo margini di incertezza che richiedono risposte operative.
Su questi snodi, più che sulle premesse normative, il modello degli Ospedali di Comunità misurerà la propria tenuta, soprattutto in una fase in cui la pressione sulle dimissioni ospedaliere e sulla rete territoriale resta elevata.









