“I dati Agenas ci dicono una cosa semplice: non esiste una rete nazionale per le emergenze gastroenterologiche. Questo significa che un paziente con sanguinamento, perforazione digestiva o altra patologia acuta digestiva non ha le stesse possibilità di cura in tutto il Paese. È un problema di equità e di sicurezza clinica, nonostante ci sia un buon numero di centri pubblici attrezzati con personale endoscopista altamente qualificato in grado di offrire ai pazienti tecniche avanzate”. A dichiararlo Giuseppe Galloro, professore ordinario di Chirurgia generale all’Università Federico II di Napoli e neopresidente della Società Italiana di Endoscopia Digestiva (SIED), commentando il report di Agenas sulle reti tempo-dipendenti.
Secondo i dati dell’Agenzia, infatti, le emergenze digestive, ossia emorragie, perforazioni, pancreatiti acute, complicanze post-chirurgiche, vengono oggi gestite attraverso percorsi locali, spesso affidati alla disponibilità e all’esperienza dei singoli centri. Il passaggio attraverso il Pronto Soccorso è obbligatorio, ai sensi del D.M. 70/2015 e del D.M. 77/2022, per motivi clinici, organizzativi e medico-legali. Il PS costituisce infatti l’unico punto di accesso riconosciuto in grado di garantire la valutazione immediata del paziente, la classificazione del codice di priorità e l’attivazione tempestiva delle consulenze specialistiche necessarie (chirurgiche, endoscopiche o intensive).
Emergenze senza rete
“Ma quando arriva un paziente con un’emorragia digestiva, non puoi aspettare. Ogni minuto conta, ma non tutti i centri hanno un’endoscopia reperibile h24. E questo, in Italia, significa che un paziente può ricevere trattamenti completamente diversi a seconda di dove si trova“, spiega Galloro evidenziando che il problema è di tipo strutturale: “Abbiamo bisogno di una rete con centri hub & spoke anche per le malattie dell’apparato digerente, così come per l’infarto o l’ictus. I centri spoke devono poter contare su riferimenti precisi e linee di comunicazione rapide verso i centri hub. E tutto questo deve poggiare su un sistema informatico che metta in rete i dati e le disponibilità. Una rete esiste solo se è tracciabile, efficace e se i centri dialogano in tempo reale”.
“Inoltre, tengo a precisare che oggi l’endoscopia non è più solo diagnostica – sottolinea -. É una disciplina terapeutica che in molti casi integra o addirittura sostituisce la chirurgia, riducendo tempi di ricovero, complicanze e costi. Ma finché non verrà riconosciuta come tale anche a livello organizzativo e tariffario, continuerà a essere trattata come una branca accessoria. E invece è una branca salva-vita”.
In Sicilia
L’Isola è tra le poche regioni che hanno avviato un percorso di coordinamento in ambito gastroenterologico, con tre linee di rete: malattie infiammatorie croniche intestinali, malattie epatiche ed emergenze gastroenterologiche, quest’ultima nata nel 2021.
“Le prime due reti hanno ottenuto buoni risultati grazie alla collaborazione tra esperti e al sostegno della Regione. La rete per le emergenze, invece, è ancora in fase di crescita. È una rete tempo-dipendente per definizione, ma priva del supporto informatico che le consentirebbe di funzionare davvero – aggiunge Roberto Di Mitri, già consigliere e vicepresidente nazionale SIED 2025 e direttore dell’Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia con Endoscopia Digestiva dell’Arnas Civico Di Cristina Benfratelli di Palermo –. Senza una piattaforma digitale regionale non è possibile sapere in tempo reale dove si trova un’endoscopia attiva, un posto letto disponibile o un’équipe pronta all’intervento. Questo rallenta la presa in carico e riduce l’efficienza della rete”.
Oltre l’assistenza
Un’esigenza che si lega direttamente al tema della formazione e della ricerca, come sottolinea e conclude Galloro: “La costruzione di una rete non riguarda solo l’assistenza, ma anche la crescita culturale e scientifica della disciplina. Una rete serve anche a far circolare competenze e conoscenze. Dobbiamo creare reti formative per i giovani medici e reti scientifiche per la ricerca multicentrica. L’Università ha già sperimentato con successo modelli di formazione integrata; è il momento di portare la stessa logica anche nella pratica clinica. Solo una rete che unisce assistenza, formazione e ricerca può garantire equità, qualità e futuro alla gastroenterologia italiana”.
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