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Case della Comunità, Galvano (Fimmg): “La prossimità non si misura con un obbligo orario”

sabato 16 Maggio - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: News ed eventi

“La riforma della medicina generale intercetta un problema reale, ma rischia di affrontarlo con la logica sbagliata”. A sostenerlo è Luigi Galvano, segretario FIMMG Palermo, che interviene nel dibattito sul decreto Schillaci e mette al centro una questione politica e professionale secondo cui il futuro delle cure primarie non può essere costruito svuotando gli studi dei medici di famiglia né trasformando la prossimità in un obbligo orario da collocare dentro una struttura.

“Il punto non è dire no alla riforma. La medicina generale deve cambiare, deve integrarsi, deve lavorare meglio nella rete territoriale e deve usare in modo più efficace dati, strumenti digitali, percorsi condivisi e lavoro multiprofessionale. Ma una riforma vera deve partire dai bisogni dei pazienti, dalla cronicità, dalle fragilità, dalle disuguaglianze territoriali e dal rapporto fiduciario tra medico e cittadino. Non può partire dal bisogno di riempire le Case della Comunità. Se si costruisce tutto attorno al contenitore fisico e poi si chiede ai medici di famiglia di andarci dentro a ore per farlo funzionare, si commette un errore di metodo e di visione”.

La bozza del decreto punta a rafforzare l’assistenza primaria territoriale, a rendere più stabile l’integrazione tra medicina generale e rete dei servizi e a dare continuità agli obiettivi del DM 77 e agli investimenti del PNRR. Il passaggio più discusso riguarda la previsione di almeno sei ore settimanali per quarantotto settimane l’anno nelle Case della Comunità o in altri modelli organizzativi territoriali per i medici a ciclo di scelta non già assoggettati al debito orario. Una quota che le Regioni potrebbero aumentare in base ad assistiti, aree interne, carenze assistenziali, cronicità e fragilità.

“Qui sta il punto più delicato. L’integrazione nella rete territoriale è giusta, ma non può diventare un prelievo rigido di tempo clinico dagli studi dei medici di famiglia. Lo studio non è un residuo del passato, è il luogo in cui oggi si realizza una parte fondamentale della prossimità. Il medico conosce il paziente, la famiglia, il contesto sociale, le fragilità che spesso non entrano in una diagnosi ma pesano sulla salute. Ridurre tutto a ore da collocare dentro una struttura significa non capire la natura della medicina generale”.

Secondo Galvano, l’impianto della riforma rischia di partire da una rappresentazione parziale del lavoro quotidiano del medico di famiglia. L’attività non coincide con l’orario di apertura dello studio e non si esaurisce nella singola prestazione ambulatoriale. Comprende prescrizioni, visite domiciliari, gestione delle cronicità, rapporti con specialisti e servizi territoriali, certificazioni, burocrazia, telefonate, urgenze differibili, ascolto, orientamento e presa in carico nel tempo.

“Si continua a ragionare come se il medico massimalista lavorasse tre ore al giorno per cinque giorni alla settimana. È una lettura lontana dalla realtà. L’impegno complessivo del medico di famiglia supera ampiamente l’orario visibile dello studio. Oggi si può leggere una parte importante di questo lavoro anche attraverso i flussi prescrittivi che transitano nella rete, senza contare l’attività domiciliare, il contatto continuo con i pazienti, il governo della cronicità e la gestione quotidiana di problemi che non arrivano mai ai pronto soccorso proprio perché il medico di famiglia li intercetta prima”.

Il decreto introduce anche il cosiddetto doppio canale: da un lato la convenzione riformata, dall’altro la dipendenza selettiva per funzioni territoriali strutturate o per carenze non coperte dal modello convenzionato. Il testo, almeno nelle ricostruzioni disponibili, non trasformerebbe tutti i medici di medicina generale in dipendenti. Ma per la FIMMG palermitana l’apertura di questo secondo canale crea comunque un rischio politico e professionale.

“Anche se formalmente la convenzione resta il modello ordinario, il rischio è aprire una strada progressiva verso una medicina generale sempre più aziendalizzata, meno autonoma e più subordinata alla programmazione burocratica regionale e aziendale. La dipendenza non può diventare una porta laterale per svuotare la convenzione. La funzione pubblica della medicina generale convenzionata va rafforzata, non indebolita. Difendere la convenzione non significa difendere l’immobilismo, significa difendere il rapporto fiduciario, la libertà di scelta del cittadino, la responsabilità clinica del medico e la capillarità degli studi”.

Per Galvano, il confronto deve uscire dalla contrapposizione tra chi vuole cambiare e chi difende l’esistente. La medicina generale ha bisogno di una riforma, ma di una riforma che investa sui professionisti, sugli studi, sulle reti, sul personale di supporto, sull’infermieristica territoriale, sulla diagnostica di primo livello e sull’interoperabilità reale. Non basta spostare ore da un luogo all’altro per costruire prossimità.

“La posizione corretta non è “non vogliamo cambiare”. Sarebbe una posizione debole e sbagliata. Noi vogliamo una riforma vera, ma non una riforma calata dall’alto, non una riforma che usa i medici di famiglia per riempire strutture, non una riforma che indebolisce la prossimità per inseguire un modello burocratico del territorio. Il territorio non deve diventare un piccolo ospedale diffuso. Deve diventare una rete capace di seguire le persone prima, durante e dopo la malattia, soprattutto quando la cronicità e la fragilità chiedono continuità”.

C’è poi il tema dei costi. Galvano richiama le stime secondo cui il costo medio lordo annuo di un medico di medicina generale convenzionato sarebbe di circa 127.000 euro, mentre quello di un medico dipendente potrebbe arrivare a circa 244.000 euro. La differenza, pari a circa 117.000 euro per medico, comporterebbe un incremento vicino al 92%. Se il passaggio alla dipendenza riguardasse anche solo il 20% dei medici, pari a circa 10.500 professionisti, la spesa aggiuntiva arriverebbe, secondo questa valutazione, a circa 1,23 miliardi di euro l’anno.

“Se il passaggio alla dipendenza comporta un costo quasi doppio, allora il Governo deve dirlo con chiarezza. Non si può discutere di modello organizzativo senza spiegare chi paga, con quali risorse, per quali funzioni e con quale sostenibilità nel tempo. Prima di qualunque ipotesi di dipendenza serve una relazione tecnica analitica, pubblica e verificabile. Senza questa analisi non parliamo di programmazione sanitaria, ma di un salto organizzativo al buio. Le Regioni in piano di rientro, poi, dovrebbero sostenere eventuali costi aggiuntivi con risorse proprie, e questo rende il tema ancora più delicato”.

La domanda, per Galvano, riguarda anche la destinazione delle risorse. Se il sistema dispone davvero di un differenziale così rilevante per ogni medico, la priorità dovrebbe andare al rafforzamento della medicina generale convenzionata. Con quelle somme si potrebbero sostenere gli studi, assumere personale amministrativo, integrare infermieri di famiglia e di comunità, acquistare diagnostica di primo livello, migliorare i sistemi informatici, finanziare percorsi per cronici e fragili, aumentare l’accessibilità e ridurre il carico burocratico.

“Se ci sono 117.000 euro in più per ogni medico, perché usarli per cambiare status giuridico e non per potenziare ciò che già produce valore? Con quelle risorse si possono finanziare personale di studio, infermieri, amministrativi, diagnostica, interoperabilità, prevenzione attiva, gestione della cronicità, accesso diretto ai percorsi specialistici e audit clinico. La dipendenza rischia di costare molto di più senza garantire automaticamente più prossimità, più fiducia, più continuità o più appropriatezza. Anzi, può produrre il paradosso di spendere quasi il doppio per avere un medico più vincolato a una sede, ma meno radicato nella comunità”.

Nel ragionamento del segretario FIMMG Palermo entra anche il destino dell’ecosistema degli studi medici. Il modello convenzionato non comprende solo i medici, ma anche collaboratori, personale amministrativo, organizzazione quotidiana, relazioni consolidate con i pazienti e strumenti che oggi reggono una parte decisiva dell’assistenza primaria. Un superamento progressivo della convenzione avrebbe quindi effetti occupazionali e sociali.

“Quando si parla di dipendenza si guarda solo al medico, ma dietro ogni studio ci sono persone, lavoro, organizzazione, competenze e relazioni. A livello nazionale migliaia di collaboratrici e collaboratori di studio potrebbero subire le conseguenze di un indebolimento del modello convenzionato. Anche questo deve entrare nella valutazione. Non esiste solo il costo del medico, esiste l’intero ecosistema che oggi consente alla medicina generale di funzionare ogni giorno nei territori”.

Il passaggio che Galvano considera tra i più gravi riguarda il profilo disciplinare. Secondo la lettura critica della bozza, l’articolo 5 indicherebbe dodici specializzazioni cliniche d’organo come titoli principali di accesso al canale dipendente dell’assistenza primaria, mentre l’attestato di formazione specifica in medicina generale, il CFSMG, non comparirebbe tra i titoli principali e verrebbe collocato come esperienza valorizzabile, con la formula “senza automatismi di equipollenza”.

“Questo è un punto gravissimo, perché tocca l’identità stessa della medicina generale. La medicina generale non è una medicina minore rispetto alle specializzazioni d’organo. È una disciplina clinica autonoma, fondata su continuità, approccio bio-psico-sociale, multimorbilità, prevenzione, gestione dell’incertezza diagnostica, appropriatezza e conoscenza del contesto familiare e comunitario. Una specializzazione d’organo può essere preziosa, ma non sostituisce automaticamente la competenza generalista”.

Per Galvano, il rischio è confondere l’assistenza primaria con una specialistica territoriale diffusa. Il territorio non ha bisogno soltanto di specialisti collocati fuori dagli ospedali. Ha bisogno di medici capaci di gestire pazienti complessi, spesso affetti da più patologie, con problemi sociali, familiari, psicologici e assistenziali intrecciati. La formazione specifica in medicina generale, in questa prospettiva, non può finire in una posizione accessoria.

“Il territorio non ha bisogno solo di cardiologi, internisti, pneumologi, endocrinologi o geriatri spostati in sedi diverse dall’ospedale. Ha bisogno di medici capaci di governare complessità, cronicità multiple, fragilità, accesso indifferenziato e continuità nel tempo. Il CFSMG deve stare tra i titoli principali e prioritari per qualunque funzione di assistenza primaria, convenzionata o dipendente. Le specializzazioni d’organo possono avere un ruolo per funzioni coerenti con il loro profilo, ma non possono sostituire il sapere generalista”.

Nel confronto nazionale, il segretario FIMMG Palermo guarda con maggiore interesse al modello siciliano delle AFT, introdotto dal decreto assessoriale n. 605 dell’11 giugno 2025. A suo giudizio, la Sicilia ha imboccato una strada più coerente con una medicina generale organizzata attorno alla popolazione assistita e non trattata come forza oraria da collocare dentro una struttura. L’istituzione di 147 AFT offre una base territoriale concreta per programmare il fabbisogno assistenziale e costruire una rete clinica.

“Il modello siciliano delle AFT mi pare più intelligente rispetto a una riforma nazionale costruita solo su dipendenza, obblighi orari e riempimento delle Case della Comunità. Qui si intravede una medicina generale organizzata, interoperabile, proattiva, integrata con il distretto e con la specialistica, ma ancora fondata sul medico di fiducia. Non si cancella il rapporto diretto con il paziente. Si costruisce attorno al medico una rete di continuità, governo clinico e supporto organizzativo”.

Le AFT, però, possono funzionare solo se la loro attuazione resta concreta. Servono piattaforme che dialoghino davvero con i gestionali dei medici, con il Fascicolo sanitario elettronico, con le COT, con il 116117, con la specialistica, con i distretti e con gli altri livelli assistenziali. Servono infermieri, amministrativi, diagnostica di primo livello e agende dedicate. Senza queste condizioni, anche un modello corretto rischia di trasformarsi in un ulteriore carico burocratico.

“Le AFT vanno bene se restano strumenti di governo clinico e non diventano apparati burocratici. Vanno bene se l’interoperabilità è reale, se i dati circolano in modo sicuro, se i medici non devono caricare a mano informazioni che il sistema dovrebbe già condividere. Vanno bene se arrivano infermieri, personale amministrativo, diagnostica di primo livello e percorsi specialistici accessibili. Senza risorse, tecnologie e personale, la AFT rischia di diventare un’altra sigla e un’altra responsabilità scaricata sul medico di famiglia”.

La linea proposta da Galvano tiene insieme disponibilità al cambiamento e difesa della funzione fiduciaria. Sì a una medicina generale più organizzata, più digitale, più multiprofessionale, più capace di intercettare i bisogni dei cronici e dei fragili. No a un riassetto costruito sugli obblighi, sulla dipendenza come soluzione organizzativa, sullo svuotamento degli studi e sulla subordinazione del medico di famiglia alla macchina burocratica.

“Sì alle AFT come rete clinica della medicina generale, sì alla prevenzione, sì alla presa in carico proattiva, sì al lavoro multiprofessionale e all’integrazione con distretti e specialistica. Ma no alla trasformazione delle AFT in apparati burocratici, no allo svuotamento degli studi, no a nuovi obblighi senza personale, tecnologie, risorse e contrattazione. La medicina generale va rafforzata dove produce valore: nella prossimità, nella fiducia, nella continuità e nella conoscenza longitudinale degli assistiti”.

Per Galvano, dunque, la riforma delle cure primarie serve, ma non può ridurre il medico di famiglia a una risorsa oraria da assegnare a un contenitore organizzativo. Il Governo dovrebbe chiarire costi, ricadute, sostenibilità e impatto sulla rete degli studi prima di intervenire sullo status giuridico dei professionisti. Ogni modifica all’accesso all’assistenza primaria, inoltre, dovrebbe riconoscere pienamente il valore formativo del CFSMG. E una presenza più strutturata nelle Case della Comunità avrebbe senso solo con strumenti, personale, interoperabilità e percorsi reali.

“Il territorio non si rafforza spostando ore dentro nuove strutture. Si rafforza mettendo i professionisti nelle condizioni di seguire meglio i cittadini, ogni giorno, nei luoghi in cui la relazione di cura esiste già. La riforma deve rafforzare il medico di famiglia, non indebolirlo. Deve sostenere gli studi, non svuotarli. Deve costruire rete, non burocrazia. Solo così le Case della Comunità, le AFT e gli strumenti del DM 77 potranno diventare una vera occasione per il Servizio sanitario nazionale e non l’ennesima riorganizzazione calata dall’alto”.

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