La Sicilia ha costruito negli ultimi anni un impianto vaccinale tra i più avanzati del Paese, scegliendo di andare oltre il semplice recepimento delle indicazioni nazionali e trasformando la propria programmazione regionale in un calendario di immunizzazione. Una scelta che non riguarda soltanto la tecnica vaccinale, ma la politica sanitaria, perché utilizza gli spazi di autonomia concessi alle Regioni per introdurre strumenti aggiuntivi, rispondere ai bisogni epidemiologici locali e allargare la protezione della popolazione.
A evidenziare questo paradosso è il professor Francesco Vitale, ordinario di Igiene e direttore dell’Unità Operativa di Igiene e Medicina Preventiva del Policlinico ‘Paolo Giaccone’ di Palermo, intervenuto al primo congresso di infettivologia pediatrica.
Secondo i dati, la Sicilia, infatti, resta sotto la media nazionale su diverse vaccinazioni pediatriche, con -9,3% sull’esavalente, -12,5% sul rotavirus, -10,2% sullo pneumococco, -6,8% su morbillo-parotite-rosolia-varicella, -1,4% sul meningococco coniugato, -15% sul meningococco B e -20% sull’HPV. Il tema, dunque, non è soltanto quali strumenti mettere a disposizione, ma come il servizio sanitario riesce a portarli davvero a bambini, adolescenti e famiglie, garantendo percorsi semplici, omogenei e continui.
Governance e autonomia
Da questa impostazione nasce la scelta siciliana di ampliare il calendario e di spostare l’attenzione dalla singola vaccinazione a un percorso più ampio di immunizzazione.
“Per parlare di vaccinazione dobbiamo partire da una premessa. Oggi in Italia il Ministero definisce le strategie nazionali, il programma nazionale di prevenzione, i livelli essenziali di assistenza, monitora la situazione epidemiologica, definisce il calendario nazionale e manda circolari. Il Ministero però si confronta con la Conferenza Stato-Regioni, dove bisogna trovare l’intesa sulle proposte elaborate a livello ministeriale, anche per allocare la spesa delle vaccinazioni, che è di circa 700 milioni l’anno, guardare il cronoprogramma e parlare di coperture”.
“La Conferenza Stato-Regioni è un’esperienza impattante. È come essere a un mercato, dove alcune Regioni si mettono d’accordo, fanno cartello e impongono decisioni ad altre Regioni che magari hanno le loro caratteristiche. Una volta raggiunta l’intesa, tutto viene trasferito a venti sistemi sanitari regionali, che dovrebbero applicare le norme nel modo più omogeneo possibile, evitando che i bambini siano discriminati o privilegiati in base alla Regione in cui nascono”.
“Accanto alla base del calendario nazionale ci sono poi le iniziative aggiuntive. Ogni Regione, con risorse proprie e invarianza di spesa, può introdurre innovazioni quando le coperture o la situazione epidemiologica lo richiedono. In Sicilia siamo stati antesignani, e lo dico con un certo orgoglio“.
La scelta siciliana
La portata innovativa del calendario, però, richiede una macchina organizzativa capace di renderlo applicabile nella pratica quotidiana dei servizi.
“La Sicilia è l’unica Regione ad avere cambiato il nome del calendario regionale da calendario delle vaccinazioni a calendario di immunizzazione. Nel nostro calendario abbiamo inserito anche il Covid, che non esiste come vaccinazione nel calendario nazionale, e il virus respiratorio sinciziale per gli adulti, una scelta che altrove non è stata fatta. Su questo siamo stati i primi. Per l’RSV, se il bambino nasce nella stagione del virus, da ottobre ad aprile, viene immunizzato nel centro nascita entro 24-48 ore. Chi nasce fuori stagione viene immunizzato attraverso i pediatri di libera scelta o i centri di vaccinazione. La Regione Siciliana ha utilizzato l’immunizzazione passiva con gli anticorpi monoclonali, ma ha aggiunto anche l’immunizzazione attiva materna, tra la 32esima e la 36esima settimana di gravidanza“.
L’organizzazione
“Una volta ampliato il calendario, il problema diventa renderlo applicabile. La schedula pediatrica è molto stretta e affollata, per questo i dati scientifici ci aiutano a capire come somministrare più vaccini, anche nella stessa seduta, senza ridurre la protezione e senza complicare troppo il percorso per le famiglie”.
“C’è poi il tema delle gare regionali per l’acquisto dei vaccini. Quando una gara scade e ne viene aggiudicata una nuova, il prodotto disponibile può cambiare, anche per vaccini centrali come l’esavalente. Per questo serve sapere che lo switch vaccinale con un prodotto differente, o comunque similare, si può fare in sicurezza. Chi completa il ciclo deve poterlo fare anche se il vaccino disponibile non è lo stesso della prima somministrazione. Gli operatori devono sapere di essere tutelati da una regola regionale. Il calendario non deve essere soltanto scritto, ma sostenibile per operatori, centri vaccinali e famiglie“.
Infanzia, adolescenza e HPV
“Sullo pneumococco pediatrico ci troviamo davanti a vaccini con caratteristiche diverse e scelte non semplici. Alcuni hanno meno valenze e non comprendono cinque sierotipi, ma offrono una protezione maggiore per il sierotipo 3 rispetto al 20-valente. Quest’ultimo ha più valenze, ma richiede quattro dosi. Il punto è capire se sia preferibile completare prima la schedula oppure introdurre un percorso più articolato, con il rischio di minore adesione”.
“Anche sul meningococco B abbiamo situazioni nuove. È il patogeno prevalente tra quelli meningococcici soprattutto nel primo anno di età, quindi bisogna arrivare il prima possibile. Per questo nel nostro calendario abbiamo inserito la raccomandazione ad anticiparlo, anche portando al 42esimo giorno l’inizio dell’esavalente. L’altra faccia della medaglia sono gli adolescenti, perché la curva epidemiologica mostra un nuovo picco tra i 15 e i 24 anni”.
“Sul papillomavirus parliamo di una delle vaccinazioni più importanti, ma di fatto non viene fatta. È un vaccino un po’ orfano. Il pediatra lo consiglia, ma per una patologia oncologica che non vedrà mai. Il medico di medicina generale non li ha ancora in carico. Il ginecologo è la figura meno adatta alla prevenzione in questa fase. Nel nostro calendario abbiamo esteso gratuitamente la vaccinazione fino a 45 anni nella donna e fino a 26 anni nell’uomo per chi abbia un rischio. È una tutela ignorata”.
“Sull’influenza, invece, abbiamo fatto un percorso nelle scuole cercando di sdoganare la vaccinazione intranasale, senza ago e quindi particolarmente accettabile per bambini, pediatri e operatori. Lo abbiamo fatto nel 2024 con la circolare, stiamo procedendo e l’azione migliora di anno in anno”.
La sfida delle coperture
“Abbiamo fatto uno straordinario lavoro e siamo all’avanguardia su molti fronti. Manca qualcosa, però. Ci manca quello che ci impedisce di essere trionfalistici. Quel qualcosa sono le coperture vaccinali, il vero banco di prova per misurare la tenuta dell’intero sistema. Un calendario può prevedere strumenti innovativi, ma la prevenzione funziona solo se diventa organizzazione, accessibilità, chiamata attiva, comunicazione, prossimità e continuità di presa in carico. Serve una sinergia più forte tra Regione, aziende sanitarie, centri vaccinali, pediatri di libera scelta, medici di medicina generale e specialisti. Un sistema vaccinale non si giudica solo da quello che mette in calendario, ma da quello che riesce a garantire davvero alla popolazione. Gli unici vaccini che funzionano sono quelli che facciamo. Tutto il resto è aria fritta“.








