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Tagli cesarei, paure e reparti svuotati: in ginecologia la scelta clinica si piega al rischio legale

venerdì 16 Gennaio - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Formazione, Lavoro

“In Sicilia, ma non solo, vedo ogni giorno colleghi che prendono decisioni non più basandosi su ciò che serve alla paziente, ma su ciò che può metterli al riparo da una denuncia. È questa la vera ferita aperta nella nostra professione. La medicina difensiva non è più un’ipotesi teorica. È una prassi quotidiana che sta modificando il nostro modo di curare. Lo dico con amarezza, ma anche con urgenza, se la scelta clinica si piega al timore legale allora non stiamo più facendo medicina”.

A dichiararlo è Renato Venezia, direttore della Uoc di Ginecologia e Ostetricia del Policlinico di Palermo, che parte da ciò che vede ogni giorno nei reparti e mette in fila numeri, problemi e responsabilità, con un auspicio netto per il nuovo anno, cambiamenti reali nella tutela dei professionisti e nella qualità dell’assistenza alle donne.

Intanto, il quadro nazionale continua a parlare chiaro e, secondo i dati più recenti, nel 2024 in Italia circa 30 parti su 100 sono stati eseguiti con taglio cesareo. Nelle case di cura private accreditate il ricorso al bisturi supera 44 su 100, mentre negli ospedali pubblici si attesta intorno a 28. La media nazionale mostra una lieve discesa, ma resta lontana dalla soglia raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra il 10% e il 15 %. Nel Mezzogiorno, e in particolare in regioni come Sicilia, Campania e Calabria, il cesareo, invece, supera ancora la media, con punte oltre il 45% in alcune strutture.

“E intanto, mentre si moltiplicano denunce e paure, mancano i medici, in alcune province siciliane c’è un ginecologo ogni 40.000 donne – afferma -. La carenza è reale, soprattutto negli ospedali pubblici e nei territori interni. Se non tuteliamo chi è già in prima linea, e se non formiamo in sicurezza i giovani che dovrebbero prendere il nostro posto, questa professione rischia di svuotarsi, e con essa si svuoteranno anche i reparti”.

“Si parla spesso di medicina difensiva come di un eccesso, un moltiplicarsi di esami, controlli, interventi che non sempre servono davvero – evidenzia -. Ma c’è anche un altro volto, più silenzioso e difficile da raccontare, che si manifesta quando si comincia a evitare potenziali rischi, dicendo di “no” a pazienti complesse, si tengono lontane le situazioni critiche. In queste scelte, che all’apparenza proteggono, si perde qualcosa di essenziale, la possibilità di accompagnare davvero le donne, di esserci nei momenti più delicati e decisivi della loro vita”.

Nelle aree interne la situazione è ancora più fragile – sottolinea -. Pochi parti, reparti in sofferenza, équipe ridotte o inesistenti, ma le aspettative restano alte, e la pressione legale e mediatica si sente ovunque. Questo comporta che giovani medici crescano nella paura, alcuni abbandonano la chirurgia appena finita la specializzazione, altri chiedono di essere trasferiti, altri ancora semplicemente mollano”.

I dati raccolti a livello nazionale mostrano che la medicina difensiva colpisca soprattutto i medici più giovani: oltre il 56% dei professionisti coinvolti in contenziosi legali ha meno di 50 anni e quasi il 27% ha meno di 40. In Ostetricia e Ginecologia questo significa che chi si affaccia alla professione rischia di incontrare da subito un clima di sospetto, sfiducia e isolamento, con effetti diretti sulla tenuta dei reparti e sulla formazione specialistica.

Il Prof. Venezia non nega che esistano casi di malasanità, errori gravi, comportamenti che devono essere sanzionati, ma insiste sul fatto che non si può fare giustizia trasformando ogni evento avverso in una caccia al colpevole.

“La medicina non è un’equazione. Anche se segui tutte le linee guida, anche se fai tutto bene, può succedere qualcosa che non va. È il limite stesso della scienza, della biologia. Ma se un medico deve difendersi anche quando ha agito correttamente, allora si entra in un terreno pericoloso. Le responsabilità diventano un peso che nessuno vuole più portare e chi oggi è in prima linea, domani potrebbe scegliere di andarsene. Le linee guida aiutano, certo. Ma non proteggono davvero. Perché nei tribunali conta l’esito, non il processo. Anche se hai agito secondo scienza e coscienza, può bastare un evento imprevisto per ritrovarti in aula. Così le linee guida diventano uno scudo fragile, e la paura prende il sopravvento”.

“E poi c’è un altro problema, forse ancora più profondo – afferma -. La narrazione mediatica ha alimentato l’idea che la medicina sia onnipotente. Che basti una terapia, un intervento, un protocollo per garantire il risultato. L’errore non è più contemplato. Il medico viene visto come garante del successo, non come professionista che affronta l’incertezza. Questo crea aspettative irrealistiche e rabbia. E ci allontana dal senso vero della cura.”.

“Il rischio è che a forza di denunce, indagini, esposti, si blocchi non solo la pratica clinica, ma anche la crescita dei reparti poiché – avverte -. In un clima dove si cerca sempre un colpevole, nessuno analizza gli errori per imparare. Si bloccano le riflessioni, si bloccano le formazioni, si bloccano i confronti. Si perde, quindi, la possibilità di migliorare. E chi ha più bisogno resta fuori. Le donne con gravidanze complicate iniziano a non trovare più ospedali disposti a seguirle. I piccoli centri smettono di fare ostetricia. Si chiude, si rinuncia, ci si protegge”.

Secondo le stime più consolidate, la medicina difensiva costa all’Italia circa 10 miliardi di euro ogni anno, pari a quasi il 10% dell’intera spesa sanitaria nazionale. Ma non è solo una questione economica. Le ragioni per cui i medici scelgono di adottare comportamenti difensivi sono numerose e ben documentate. L’80% lo fa per paura di denunce, il 72% per le pressioni di familiari o pazienti, il 65% a causa del clima ostile nei luoghi di lavoro. Il 60% ritiene di non essere adeguatamente tutelato dal proprio datore di lavoro in caso di contenzioso, mentre un altro 58% teme la gogna mediatica. In questo clima, scegliere la via più cauta, anche a scapito del percorso migliore per la paziente, diventa un riflesso automatico.

“La formazione deve cambiare – rilancia –. Non basta più la tecnica, serve costruire professionisti consapevoli. Nei percorsi universitari e nelle specializzazioni dobbiamo inserire diritto, bioetica, comunicazione, gestione del rischio, relazione con il paziente. Chi lavora in sala parto deve saper leggere i tracciati, ma anche le paure di una donna. Deve sapere usare il bisturi, ma anche le parole. Altrimenti cresce solo la distanza tra medico e paziente, e quella distanza genera sfiducia, conflitto, solitudine”.

“Servono, a mio avviso, quindi, scelte chiare, coraggiose, e servono adesso. Lo scudo penale per chi opera in sanità non è un privilegio, è una condizione minima per lavorare con serenità e responsabilità. Ma non basta. Dobbiamo formare nuove generazioni di professionisti e farlo in un contesto che garantisca sicurezza, fiducia e confronto, non paura e solitudine. Chi sceglie di intraprendere questa specializzazione va sostenuto e incoraggiato, perché servono competenze, dedizione e coraggio e perché un sistema che non investe nella crescita dei suoi professionisti è destinato a spegnersi”, conclude.

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