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Proroga ai medici in pensione, Costa avverte: “La carenza di personale è strutturale, non emergenziale”

martedì 3 Febbraio - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro

Il Governo proroga fino al 31 dicembre 2026 la possibilità per Aziende sanitarie e Asp di trattenere o riammettere in servizio medici e operatori sanitari già in pensione, innalzando il limite massimo fino ai 72 anni. La misura è contenuta nell’emendamento 5.138 al decreto in esame alla Camera, presentato in Commissione Bilancio e accompagnato da una relazione tecnica con parere favorevole della Ragioneria generale dello Stato. Secondo l’Esecutivo, l’intervento serve a fronteggiare la grave carenza di personale nel Servizio sanitario nazionale e non comporta nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Così com’è scritta, questa norma è una risposta generica a un problema strutturale. Tenere i medici fino a 72 anni in corsia può avere un senso solo se questa scelta è motivata, circoscritta e finalizzata. Se invece diventa una soluzione indistinta, valida per tutto e per tutti, allora è una misura sbagliata”, commenta Renato Costa, responsabile del settore Sanità della Cgil Sicilia, direttore della Medicina nucleare del Policlinico di Palermo e medico internista.

Ci sono ambiti in cui l’esperienza accumulata in una vita professionale può rappresentare un valore aggiunto, come in alcune aree della medicina interna o in settori altamente specialistici, come la Nucleare, per cui l’età non è un limite, anzi più casi hai visto più sei in grado di dare un contributo, ma questo non vale ovunque – prosegue . Pensare che lo stesso ragionamento possa essere applicato alla chirurgia, al pronto soccorso o all’emergenza-urgenza è irrealistico, perché sono contesti ad altissimo stress fisico e mentale, con carichi di lavoro usuranti. Non puoi far finta che siano reparti come gli altri”.

“Il problema è che questa norma non distingue tra contesti, funzioni e carichi di lavoro diversi. La sanità non è un blocco unico, i reparti non sono tutti uguali e le funzioni non sono sovrapponibili, e trattarla come se lo fosse rischia di produrre un danno invece di risolvere un problema”, sottolinea.

Costa richiama poi l’esperienza della pandemia, quando il ricorso ai medici in pensione era stato utilizzato come strumento eccezionale.

Durante il Covid abbiamo chiamato i medici in pensione ed è stato giusto farlo. Eravamo in una situazione drammatica, straordinaria. C’era bisogno di tutti e subito. Ma li abbiamo utilizzati per attività precise: vaccinazioni, anamnesi, supporto organizzativo. Non per mandare avanti i reparti come se nulla fosse – evidenzia -. Quella era una risposta emergenziale a un’emergenza reale. Qui invece stiamo parlando di una carenza strutturale di personale che dura da anni. E se rispondi a un problema strutturale con strumenti emergenziali, stai solo rinviando le scelte vere”.

Il nodo, per Costa, resta la mancanza di una visione di lungo periodo sul lavoro sanitario poiché: “Una carenza strutturale va affrontata come tale, senza soluzioni tampone. Non la risolvi prolungando le carriere o trattenendo chi è già andato in pensione. Servono scelte strutturali sul lavoro sanitario e sull’attrattività del servizio pubblico. Parliamo di stipendi che oggi non sono competitivi, soprattutto nei servizi più esposti. Di riconoscimento del lavoro usurante, a partire dal Pronto soccorso e dal 118. Parliamo di percorsi di crescita, di carriera, di valorizzazione professionale che rendano il Servizio sanitario nazionale pubblico un luogo in cui i giovani scelgono di restare, non da cui scappare. Se continuiamo a rispondere a un problema strutturale con soluzioni temporanee, il problema resta e si aggrava”.

“Un medico a fine carriera può essere una risorsa, ma solo se viene utilizzato per quello che può realmente dare – osserva -. Il punto non è tenerlo in servizio in modo indistinto, ma chiarire perché rientra, cosa fa e quale funzione svolge. Se non definisci questi aspetti, rischi di riempire i reparti di presenze che non rafforzano davvero l’organizzazione”.

E poi c’è un aspetto che riguarda anche la dignità delle persone. Dopo una vita passata tra turni, notti, reperibilità e responsabilità enormi, esistono anni che devono tornare a essere anni di libertà. Anni da vivere fuori dall’ospedale, con la famiglia, con sé stessi. “Inoltre, l’idea di restare in corsia fino a ottant’anni non valorizza l’esperienza, racconta l’incapacità di costruire qualcosa che abbia senso anche fuori dal lavoro. Si è medici sempre, e si può continuare a esserlo anche attraverso la solidarietà, il volontariato, il prendersi cura in forme diverse – conclude -. Quindi la politica deve scegliere se investe sul futuro e programma seriamente il lavoro sanitario o continua a consumare le persone fino all’ultimo. Ai medici spetta anche il diritto, e forse il dovere, di iniziare a vivere altre bellezze della vita”.

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