Con l’approvazione delle Linee di indirizzo per l’attività oraria dei medici del ruolo unico di assistenza primaria nelle Case della Comunità, la Conferenza delle Regioni cerca di dare concretezza alla riforma del DM 77/2022. Un passaggio che dovrebbe ridisegnare l’assistenza territoriale: prossimità, continuità h24 nelle Case hub e h12 nelle spoke, équipe multiprofessionali e nuovi compiti di presa in carico per medici, infermieri e specialisti.
Ma Luigi Galvano, segretario provinciale FIMMG Palermo, non si lascia convincere dall’entusiasmo istituzionale: “Arrivano tre anni dopo il DM 77 e già questo dice molto. Sono piene di enunciazioni superficiali, non scendono mai davvero nei problemi concreti. Il sistema digitale? Siamo all’età della pietra. Gli unici che hanno informatizzato il loro lavoro siamo noi medici di famiglia, e lo facciamo da trent’anni. Il resto è fermo”.
Il medico mette in guardia dal rischio di creare un sistema costoso ma inefficace: “Se immetti risorse senza monitoraggio in tempo reale, il risultato è che divori soldi e peggiori la qualità. E oggi le risorse non ci sono più. Ci ritroviamo a rincorrere i dati con un anno di ritardo, quando ormai è troppo tardi per correggere il tiro”.
“Ma il nodo – sottolinea Galvano – è il contratto. L’ultimo accordo regionale risale al 2010. Oggi si chiede ai colleghi di aderire al ruolo unico senza regole chiare, senza certezze economiche, senza strumenti. È come dire: fate un salto nel buio. Non è serio”.
Al centro c’è l’AIR, l’Accordo Integrativo Regionale, che dovrebbe tradurre in norme concrete diritti, doveri e aspettative del nuovo ruolo unico. “Un ruolo non è un’etichetta, è un insieme di comportamenti e responsabilità riconosciuti. Finché l’AIR non viene chiuso e aggiornato, chiedere adesioni è una pretesa fuori luogo. Nel documento veniamo ‘denominati’ medici del ruolo unico, ma essere denominati non significa esserlo davvero. Senza un accordo solido, restano solo parole”.
Dietro le polemiche, le linee di indirizzo tracciano comunque un modello ambizioso. Le Case della Comunità dovrebbero diventare il fulcro dell’assistenza territoriale, accessibili e riconoscibili, collegate a consultori, ospedali di comunità, poliambulatori e centrali operative. I medici del ruolo unico – dal 2025 obbligati a combinare attività a ciclo di scelta e attività oraria – garantiranno presenza continuativa, con turni definiti a livello distrettuale. È prevista la presa in carico della cronicità, il monitoraggio dei pazienti fragili, la gestione dei bisogni non differibili e persino funzioni di Sanità pubblica e prevenzione.
Non meno centrale è la digitalizzazione, con ambulatori dotati di diagnostica di primo livello e sistemi integrati al Fascicolo Sanitario Elettronico e alla piattaforma di telemedicina. Un impianto che, almeno sulla carta, punta a superare frammentazioni e disuguaglianze.
Ma per Galvano resta il rischio che la distanza tra teoria e pratica diventi incolmabile: “Senza strumenti, senza AIR e senza monitoraggio costante, resta tutto aria fritta. E il territorio continuerà a vivere di frammenti, quando invece dovrebbe essere la vera forza della Sanità”.
Dalle critiche alla teoria
Se le osservazioni di Galvano mettono in luce il rischio che il progetto resti sulla carta, le Linee di indirizzo definiscono comunque un impianto ambizioso che prova a tradurre in pratica il DM 77.
Le linee approvate puntano a garantire continuità assistenziale diffusa e organizzata, superando la vecchia logica della guardia medica. Nelle Case della Comunità hub i medici saranno presenti h24, sette giorni su sette, mentre nelle spoke l’attività sarà garantita h12 per sei giorni. L’obiettivo è prendere in carico le urgenze minori e garantire la gestione programmata di cronicità e fragilità. Percorsi di monitoraggio dedicati dovrebbero ridurre gli accessi impropri ai Pronto soccorso.
Nelle CdC saranno garantite prestazioni non differibili: visite, prescrizioni, certificazioni, prime diagnosi e persino la constatazione di decesso. I cittadini potranno accedere direttamente o tramite il 116117. Ogni attività sarà registrata nella scheda sanitaria individuale e confluirà nel Fascicolo Sanitario Elettronico, per assicurare condivisione dei dati e continuità assistenziale.
Il documento sottolinea la necessità di una vera multiprofessionalità. Medici, pediatri, infermieri, specialisti, psicologi e assistenti sociali lavoreranno in équipe, connettendo le CdC a ospedali di comunità, consultori e servizi sociali comunali. Centrale anche la dotazione tecnologica: diagnostica di primo livello compatibile con la piattaforma nazionale di telemedicina, per facilitare teleconsulenze e gestione a distanza dei pazienti.
Infine, è prevista la formazione continua degli operatori, dal BLS-D all’utilizzo della diagnostica e alla presa in carico integrata della cronicità. Un modello che, almeno sulla carta, disegna una Sanità territoriale più prossima, integrata e accessibile.







