Palermo non vuole soltanto riaccendere una tradizione, ma trasformarla in una rete. L’infettivologia pediatrica siciliana riparte da una storia che all’Ospedale dei Bambini “G. Di Cristina” ha radici profonde e guarda al Mediterraneo come a uno spazio clinico, scientifico e strategico.
Da qui Claudia Colomba, professoressa ordinaria di Malattie infettive all’Università degli Studi di Palermo e direttrice dell’UOC di Malattie infettive pediatriche dell’Ospedale dei Bambini Giovanni Di Cristina, e Antonio Cascio, professore ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Palermo e direttore dell’UOC di Malattie infettive e tropicali del Policlinico “Paolo Giaccone”, membro del comitato scientifico della Fondazione Human Biosafety Health ETS, rilanciano un progetto che punta a mettere in collegamento ospedali, pediatri, infettivologi, neonatologi, microbiologi, medici del territorio e sanità pubblica.
Secondo l’Oms, nel 2024 sono morti nel mondo 4,9 milioni di bambini sotto i cinque anni, uno ogni sei secondi. Il rapporto UNICEF 2025 indica polmonite, diarrea e malaria tra le principali cause infettive di morte tra 1 e 59 mesi. In Italia, intanto, il morbillo è tornato a richiamare l’attenzione sulla sorveglianza. L’Istituto superiore di sanità ha registrato 529 casi nel 2025. Nel monitoraggio gennaio-settembre, oltre la metà risultava concentrata in cinque Regioni, tra cui la Sicilia. Sullo sfondo resta l’antibiotico-resistenza, che in Europa continua a rappresentare una delle principali criticità sanitarie.
“Questi numeri raccontano bene il cambio di scenario. L’infettivologia pediatrica non riguarda soltanto le infezioni più frequenti. Riguarda la capacità di riconoscere i quadri gravi, usare bene gli antibiotici, intercettare le patologie emergenti e riemergenti e collegare meglio ospedale, territorio e sanità pubblica. Tubercolosi, leishmaniosi, brucellosi, sepsi, infezioni neonatali, resistenze antimicrobiche, patogeni respiratori e infezioni sessualmente trasmesse chiedono competenze integrate, percorsi condivisi e una lettura rapida dei casi più delicati”, affermano i due specialisti.
“Il percorso che vorremmo costruire parte da una storia precisa. L’infettivologia pediatrica all’Ospedale dei Bambini G. Di Cristina non nasce oggi, ma appartiene da tempo, dagli anni ’70, alla tradizione sanitaria di Palermo, alla formazione di tanti pediatri e al ruolo che l’ospedale ha avuto come riferimento regionale. Il ritorno dell’università dentro questo percorso ha dato nuovo impulso a una realtà già presente e ha rafforzato il legame tra assistenza, didattica e ricerca. Ora quella esperienza può diventare un modello più moderno, più collegato al territorio e capace di dialogare con chi incontra ogni giorno i primi segnali di una malattia infettiva nel bambino”, aggiungono.
Dalla scuola alla rete
“I centri realmente specialistici sono pochi e proprio per questo serve un coordinamento stabile. Molti casi arrivano al pediatra di famiglia, al pronto soccorso, al reparto ospedaliero o al medico del territorio. Ma chi intercetta il problema deve poter contare subito su un confronto infettivologico pediatrico dedicato. Da qui nasce la volontà di creare una rete. Un canale rapido tra chi vede il bambino per primo e chi può contribuire a orientare diagnosi, terapia e percorso assistenziale. Non significa accentrare tutto, ma costruire un riferimento per i quadri più delicati, per le situazioni dubbie e per quelle patologie che richiedono esperienza specifica”, spiegano.
“Il reparto specialistico deve stare a servizio di tutto il territorio e deve accogliere i pazienti quando il quadro clinico lo richiede. In alcune situazioni la gestione può proseguire nell’ospedale o nel servizio che ha preso in carico il bambino. In altre serve il trasferimento verso un centro con competenze dedicate. La rete dovrebbe aiutare proprio a distinguere questi passaggi, evitando percorsi improvvisati e dando una forma più organizzata a una collaborazione che oggi diventa indispensabile”, proseguono.
Competenze condivise
“La rete non può nascere soltanto da un elenco di contatti. Deve poggiare su formazione, linguaggio comune e criteri condivisi. Chi affronta le infezioni pediatriche arriva spesso dalla pediatria o dall’infettivologia dell’adulto, ma l’età evolutiva richiede strumenti propri, anche sul piano diagnostico e terapeutico. Il master rappresenta uno degli strumenti utili in questo percorso. Ma il punto centrale resta la costruzione di una comunità professionale capace di lavorare con lo stesso metodo. Oggi il bisogno clinico esiste già e cresce. Nei quadri più delicati non basta la buona volontà del singolo professionista. Serve un sistema capace di rendere più omogenea la risposta, ridurre le distanze tra le strutture e garantire ai bambini una presa in carico più rapida, più sicura e più integrata”, evidenziano Cascio e Colomba.
Una governance per il Mediterraneo
“La posizione geografica della Sicilia ci impone di guardare alle infezioni dentro uno scenario più ampio, fatto di mobilità, migrazioni, patologie emergenti e riemergenti, zoonosi e resistenze antimicrobiche. Alcune malattie che sembravano lontane tornano a comparire, altre richiedono attenzione costante, altre ancora chiedono una sorveglianza più stretta. Proprio per questo l’infettivologia pediatrica deve dialogare con il territorio, con le strutture ospedaliere, con i servizi di prevenzione e con l’assessorato regionale alla Salute. Una rete di questo tipo ha bisogno anche di una governance capace di sostenerla“, osservano.
“La storia di Palermo può diventare una responsabilità nuova. Non basta avere competenze riconosciute, bisogna metterle a sistema, renderle accessibili e trasformarle in percorsi utili per tutta la Sicilia. Il passo successivo riguarda proprio questo, unire assistenza, formazione, sorveglianza e programmazione sanitaria dentro una visione più ampia, capace di dialogare con gli altri Paesi del Mediterraneo e di offrire competenze sui percorsi più complessi. Una prospettiva di questo tipo permetterebbe di intercettare prima i segnali epidemiologici, orientare meglio i casi e garantire ai bambini una presa in carico più solida, più tempestiva e più integrata“, concludo Colomba e Cascio.








