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Hiv, diagnosi tardive e terapie long acting: la Sicilia punta a un modello unico

giovedì 9 Luglio - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro, News ed eventi

Nel 2024 in Italia sono state registrate 2.379 nuove diagnosi di infezione da Hiv, pari a 4 nuovi casi ogni 100 mila residenti. Nel 79% dei casi si tratta di uomini. La trasmissione resta soprattutto sessuale e riguarda l’87,6% delle nuove diagnosi, mentre la quota legata all’uso di sostanze per via iniettiva è pari al 3,8%. Le persone di nazionalità straniera rappresentano il 35,9% del totale. Resta alto anche il peso delle diagnosi tardive, in cui il 40,3% delle persone con nuova diagnosi presentava meno di 200 linfociti CD4 per microlitro e il 59,9% meno di 350. Tra le nuove diagnosi di Aids, l’83,6% riguarda persone che avevano scoperto la sieropositività nei sei mesi precedenti.

Da questi numeri è partito il confronto tra esperti infettivologi, rappresentanti della Regione Siciliana, direttori sanitari, farmacisti ospedalieri e professionisti dei principali centri Hiv dell’Isola, riuniti oggi, 9 luglio 2026 a Palermo, al Complesso Monumentale Steri, per il convegno “Hiv e terapie long-acting, un passo verso infezioni zero”.

L’incontro ha messo attorno allo stesso tavolo istituzioni, clinici e professionisti della rete Hiv siciliana, con l’obiettivo di arrivare a un documento operativo condiviso e a percorsi di presa in carico più omogenei in tutta l’Isola.

Il peso della terapia

“Le terapie long acting hanno cambiato in modo significativo la prospettiva della terapia antiretrovirale. In passato si assumevano molte compresse, anche più volte al giorno. Poi si è arrivati alla compressa unica quotidiana. Oggi, con le terapie a lunga durata d’azione, la somministrazione può avvenire ogni due mesi. È un passaggio importante, perché riduce il richiamo quotidiano della malattia e alleggerisce il peso psicologico della terapia”, ha dichiarato Giuseppe Nunnari, presidente Simit Sicilia e professore ordinario di Malattie infettive dell’Università di Catania.

“Il beneficio non è soltanto clinico. La terapia long acting può migliorare la qualità della vita, aiutare a contenere lo stigma e rafforzare l’aderenza, perché la somministrazione periodica avviene all’interno di un rapporto strutturato con il centro di cura. L’aderenza è un punto decisivo anche per la prevenzione. Una persona in terapia antiretrovirale stabile, con carica virale soppressa, non trasmette il virus. Questo significa che la terapia è uno strumento di cura individuale, ma anche di sanità pubblica. Diradare la somministrazione può rendere più solido il percorso, soprattutto per persone che oggi vivono a lungo con Hiv e spesso devono gestire anche altre condizioni cliniche”, ha osservato Nunnari.

Il valore per il sistema

“Le terapie long acting devono essere valutate per il loro impatto complessivo sul sistema sanitario. Il prezzo del farmaco è solo una parte della valutazione. Bisogna considerare anche l’aderenza, le complicanze evitate, i ricoveri, la qualità della vita, la continuità lavorativa e i costi indiretti”, ha spiegato Giacomo Matteo Bruno, professore di Hta e Farmacoeconomia dell’Università degli Studi di Pavia.

“I farmaci long acting possono avere inizialmente un costo più alto, ma nel lungo periodo possono portare un risparmio per il Servizio sanitario nazionale. Dai primi dati economici che abbiamo analizzato emergono valori assolutamente accettabili. Parliamo di valori intorno ai 15 mila euro, mentre la soglia di accettabilità del nostro sistema sanitario è intorno ai 30 mila euro. Questo ci consente di dire che il trattamento è sostenibile. La sostenibilità non si misura soltanto sul costo di acquisto del farmaco, ma sull’intero percorso di cura. Se una terapia migliora l’aderenza, riduce le complicanze e consente alla persona di mantenere una vita sociale e lavorativa più stabile, il beneficio riguarda sia il paziente sia il sistema. Anche per questo la diagnosi precoce resta decisiva: quando la situazione clinica si aggrava, i costi salgono in modo esponenziale”, ha aggiunto Bruno.

Il nodo organizzativo

“L’innovazione terapeutica deve procedere insieme a modelli assistenziali capaci di rendere i percorsi più efficienti. Non basta avere a disposizione nuove terapie se poi mancano ambulatori organizzati, personale sufficiente, supporto infermieristico e strumenti informatici in grado di aiutare i centri a individuare le persone che possono beneficiarne”, ha sottolineato Antonio Cascio, direttore dell’Uoc Malattie infettive e Centro regionale di riferimento Aids del Policlinico Paolo Giaccone di Palermo.

“Per le terapie long acting medico e infermiere devono lavorare insieme. Serve programmazione, serve follow up, serve una condivisione chiara con la persona che vive con Hiv. Non tutti possono essere avviati allo stesso percorso, perché ci sono esigenze cliniche, personali e lavorative diverse. Però tutti devono poter ricevere una valutazione appropriata”.

“Uno dei problemi principali è la carenza di personale. I medici infettivologi seguono attività ospedaliere, ambulatoriali e assistenziali molto ampie. La somministrazione delle terapie long acting richiede un’organizzazione diversa rispetto alla prescrizione della terapia orale: non è solo un farmaco nuovo, è un percorso che deve essere costruito e governato. Al Policlinico di Palermo, pur con risorse limitate, abbiamo aumentato in modo importante il numero di persone trattate con terapie long acting e contiamo di incrementarlo ancora”, ha rimarcato Cascio.

La risposta regionale

“Il tema della prevenzione resta centrale, perché una parte importante delle persone arriva ancora troppo tardi al test e, quindi, alla presa in carico. Una diagnosi precoce permette di iniziare prima la terapia, controllare meglio l’infezione, ridurre le complicanze e contenere i costi legati alle fasi più avanzate della malattia”, ha detto Giacomo Scalzo, dirigente generale del Dasoe dell’Assessorato regionale della Salute.

“La Regione Siciliana è impegnata a rafforzare l’informazione, la consapevolezza del rischio e l’adesione all’offerta del test, soprattutto tra le persone maggiormente esposte. Ridurre lo stigma è parte integrante di questo percorso, perché allontana dai servizi, ritarda la diagnosi e rende più difficile l’ingresso nei percorsi di cura. C’è poi un tema di equità che per la Regione è decisivo. La disomogeneità organizzativa tra i centri non può tradursi in una differenza nell’accesso alle cure”.

“Per questo il lavoro su un modello regionale condiviso è fondamentale. Serve a uniformare i percorsi assistenziali, rendere più chiara la presa in carico e accompagnare l’innovazione terapeutica con un’organizzazione capace di renderla realmente accessibile. In questa direzione si inserisce anche l’aggiornamento del Pdta, che dovrà tenere conto dell’evoluzione delle terapie e delle nuove opportunità offerte dai trattamenti long acting. L’obiettivo è offrire a tutti lo stesso livello di sanità, con percorsi più omogenei e più vicini ai bisogni delle persone che vivono con Hiv”, ha concluso Scalzo.

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