L’emergenza-urgenza in Sicilia non è mai stata così fragile. A rischiare non sono solo i Pronto soccorso, ma l’intera rete dei reparti critici – anestesia e rianimazione, terapia intensiva, chirurgia d’urgenza – senza i quali l’assistenza diventa un castello di carte pronto a crollare. La recente abolizione dei gettonisti, i medici assunti tramite cooperative con compensi orari altissimi, ha aperto un vuoto che gli ospedali non riescono a colmare.
“Il problema è semplice: i Pronto soccorso devono restare aperti, ma senza i gettonisti molte aziende non sanno come fare. L’unica soluzione che hanno trovato è spostare medici dagli altri reparti, come Medicina interna o Chirurgia. Ma così si svuotano unità già in sofferenza. È un cane che si morde la coda”, spiega Giuseppe Bonsignore, segretario regionale di CIMO Sicilia.
“Quando manca un anestesista il blocco operatorio si paralizza, quando manca un rianimatore non puoi gestire complicazioni. Non è solo il pronto soccorso che soffre: è tutto il sistema critico a entrare in crisi – aggiunge -. Con lo stop alle cooperative, molte Aziende sanitarie stanno provando a sopperire con contratti libero professionali: un rapporto diretto con i singoli medici, retribuiti a ore, senza vincoli di stabilità. Ma il contratto libero professionale è una toppa che non regge. Garantisce meno continuità, meno sicurezza, meno affidabilità. Non si costruisce un sistema sulla precarietà, né per i professionisti né per i pazienti”.
Se prima i gettonisti arrivavano a guadagnare anche 100 euro l’ora, oggi un contratto libero professionale si aggira intorno ai 40-60 euro. Troppo poco per chi si era abituato a certe cifre, ma comunque più del medico strutturato, che in corsia percepisce 20-25 euro l’ora.
“Sembrano cifre spropositate – osserva Bonsignore – ma bisogna ricordare che quello era un rapporto libero-professionale. Un gettonista lavorava anche solo quindici giorni al mese e guadagnava più di chi era in ospedale tutti i giorni, con notti e festivi. È chiaro che la convenienza c’era, ed è altrettanto chiaro che senza di loro molti ospedali avrebbero già chiuso”.
Una delle leve centrali, secondo Bonsignore, è la valorizzazione economica dei professionisti, soprattutto nei reparti critici e nell’emergenza-urgenza.
“I medici italiani hanno stipendi troppo bassi rispetto al peso delle responsabilità. Un giovane specializzando porta a casa circa 1.700 euro al mese, un medico ospedaliero neoassunto guadagna in media 2.700-3.000 euro, un dirigente medico con più di dieci anni di esperienza arriva a 4.000-5.000 euro. Ma parliamo di lordi da cui vanno tolte tasse, contributi, assicurazioni obbligatorie. Alla fine il netto è molto più basso, e va rapportato ai carichi di lavoro, ai turni di notte, ai festivi e soprattutto ai rischi”.
Il peso della tassazione è un altro elemento che scoraggia. “Non è solo quanto si guadagna, ma cosa resta dopo le tasse e dopo i turni massacranti. Nel contratto libero professionale, per esempio, le tariffe orarie sembrano buone ma i contributi e le assicurazioni li paga il medico, e il netto si abbassa drasticamente. Così il pubblico diventa sempre meno competitivo, mentre il privato offre stipendi più alti, meno rischi e più sicurezza”.
“Un altro aspetto che rende l’ospedale pubblico sempre meno attrattivo è la mancanza di sicurezza, sia fisica che legale – evidenzia -. I medici di pronto soccorso vengono aggrediti, insultati, minacciati. Lavorare in quelle condizioni significa essere esposti a rischi continui, senza protezioni adeguate. E sul fronte legale non va meglio. Le denunce sono all’ordine del giorno, spesso pretestuose, e costringono i professionisti a una medicina difensiva che consuma risorse e tempo. Lo scudo penale approvato di recente non basta. È uno scudo pieno di falle. Noi chiediamo da anni la depenalizzazione della colpa medica“.
“A tutto questo si aggiunge il peso delle assicurazioni – sottolinea -. Ogni medico, infatti, deve pagare polizze per la colpa grave, per la tutela legale e per la condanna in solido, con costi che arrivano anche a mille euro l’anno. È un ulteriore fardello che scoraggia i giovani e spinge tanti colleghi verso il privato o all’estero”.
La responsabilità di questa crisi, secondo Bonsignore, affonda le radici anche in anni di programmazione universitaria sbagliata. “Le università hanno programmato male. Hanno formato pochi medici e, soprattutto, pochi specialisti nelle discipline più carenti. È mancata del tutto una visione, e oggi paghiamo quelle scelte. Non è stato considerato l’effetto della gobba pensionistica, con migliaia di professionisti andati in quiescenza senza adeguato ricambio. È una falla che adesso stiamo vivendo sulla pelle dei cittadini”.
Per Bonsignore non ci sono alternative a una svolta radicale per il Sistema sanitario pubblico. “Servono concorsi pubblici veri e attrattivi, con procedure rapide e mirate per anestesia, rianimazione, Pronto soccorso e reparti critici. Bisogna alzare gli stipendi, introdurre indennità per chi lavora nei contesti ad alta intensità e nei territori periferici. Serve una programmazione universitaria seria, che aumenti i posti nelle specializzazioni più carenti. E serve stabilità, non contratti a tempo o libero professionali che lasciano i reparti scoperti alla prima difficoltà. Se non rendiamo di nuovo attrattiva la sanità pubblica, se non diamo sicurezza e rispetto a chi lavora, continueremo a perdere professionisti. E senza medici e infermieri il Servizio sanitario nazionale non si salva”.






