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Coperti in reparto, scoperti fuori: il conto “salato” dei giovani specializzandi

mercoledì 26 Novembre - 2025 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro

Negli ultimi mesi il dibattito sulla tutela assicurativa degli specializzandi è tornato a galla con forza, complice un contesto in cui i giovani medici lavorano sempre più spesso fuori dai reparti, tra guardie mediche, prestazioni occasionali e turni di continuità assistenziale.

Una scelta che non sempre nasce da ambizione o desiderio di esperienza, ma da necessità economiche. La borsa di studio per gli specializzandi, che si aggira intorno ai 1.650–1.800 euro netti al mese, non è infatti sufficiente a garantire autonomia economica, soprattutto per chi vive fuori sede. Per questo molti ricorrono a turni di guardia o attività a partita IVA che, però, richiedono una copertura assicurativa aggiuntiva rispetto alla colpa grave prevista dalla struttura.

In questo scenario la copertura per la sola colpa grave prevista per chi opera a qualsiasi titolo dentro una struttura rischia di essere una protezione parziale. Non tiene conto della realtà lavorativa di chi, pur in formazione, sostiene interi pezzi del Sistema sanitario.

La Legge Gelli-Bianco distingue con chiarezza la responsabilità del medico che opera dentro la struttura e quella del professionista che instaura un rapporto diretto con il paziente. Nel primo caso il medico rientra nella responsabilità extracontrattuale. Nel secondo entra nella responsabilità contrattuale. La formula a qualsiasi titolo comprende specializzandi, neolaureati e collaboratori che non assumono un’obbligazione diretta con il paziente e per questo scelgono spesso una polizza limitata alla colpa grave.

Il problema emerge quando lo specializzando svolge attività fuori dal reparto. Una guardia medica, un turno di continuità assistenziale o un incarico in partita IVA crea un rapporto diretto con il paziente e attiva la responsabilità contrattuale. La polizza per colpa grave non copre questo passaggio. Le compagnie assicurative lo sanno e includono sempre più spesso una RC professionale completa nelle polizze destinate ai medici in formazione.

Ma gli specializzandi come vivono davvero questa situazione?

A rispondere e raccontare la propria esperienza è Giuseppe Liotta, specializzando in chirurgia al quarto anno del Policlinico di Palermo.

“Con la borsa di studio non riusciamo a coprire tutte le spese quotidiane. Questo ci spinge a cercare altre entrate. C’è chi fa guardie mediche. Chi lavora a partita IVA e, più raramente, chi fa sostituzioni di medicina generale, che restano soprattutto appannaggio dei corsisti di medicina generale. Mentre noi specializzandi ci buttiamo su lavoro a partita IVA seguendo quelle che sono le regole delle 8 ore settimanali piuttosto che invece le guardie mediche – racconta –. Per fare una cosa del genere la nostra copertura assicurativa da specializzandi non basta. Abbiamo bisogno di un’assicurazione particolare perché deve coprire i lavori che facciamo esterni al nostro percorso di specializzazione, cosa che invece un medico non ha bisogno di fare. Il nostro percorso dovrebbe essere un contratto di formazione ma spesso diventa un equilibrio difficile tra turni, studio e necessità economiche”.

“Tengo a precisare che oggi ci troviamo in situazioni dove c’è uno specializzando quasi di serie A e uno di serie B – evidenzia –. In alcune scuole il numero di iscritti permette di rispettare il monte ore. In altre no. Nelle chirurgie, in anestesia e nelle discipline più ‘pericolose’ il peso si sente ancora di più. Restare in reparto aiuta a formarsi davvero, ma quando il personale è poco diventa difficile rispettare il monte ore. E molti di noi, per sostenersi, devono lavorare anche fuori. Per questo serve una copertura assicurativa adeguata per quelle attività”.

“Quindi, il rischio di burnout è reale, specialmente per le specializzazioni dell’emergenza-urgenza – aggiunge –. Noi cerchiamo di sostenerci tra colleghi per superare lo stress, molte volte la vera tutela arriva da noi stessi più che dal sistema. La gestione dell’urgenza logora tutti, non solo gli anestesisti o chi lavora in pronto soccorso. Qualsiasi branca che affronta casi critici richiede presenza costante e l’apprendimento avviene sul campo”.

“Quando ti muovi ogni giorno tra turni pesanti, responsabilità e incertezze economiche inizi anche a guardare a quello che succede fuori dal pubblico – afferma –. C’è chi parla di una spinta verso il privato, ma non so se il sistema è davvero pronto per questo passaggio. Noi puntiamo al pubblico perché la sanità in Sicilia si regge sul pubblico. Alcune strutture private offrono opportunità, però non hanno la stessa organizzazione, soprattutto nelle aree critiche come la rianimazione”.

“Ci chiediamo spesso quale sarà davvero il nostro futuro, anche in termini di prospettive lavorative. Finché non entriamo nel mondo del lavoro rimane tutto molto incerto, ed è normale avere dubbi. La verità è che navigare tra turni, formazione, attività esterne e polizze assicurative è diventato parte integrante del nostro percorso, anche se nessuno ce lo aveva spiegato”, conclude.

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