Una protesi mammaria non è solo un dispositivo impiantato, ma è una storia clinica che deve poter essere seguita nel tempo. Nasce da questa esigenza il Registro Nazionale degli Impianti Protesici Mammari, istituito per garantire tracciabilità, monitoraggio clinico ed epidemiologico e maggiore sicurezza nell’utilizzo di dispositivi medici impiantabili di classe III, quindi ad alto rischio.
Le protesi mammarie, infatti, non sono definitive. Una paziente può andare incontro, nel corso della vita, a sostituzioni, revisioni o rimozioni, rendendo necessario un sistema capace di ricostruire il percorso del singolo impianto, stimarne la durata e intercettare eventuali criticità.
Il Registro, previsto dalla legge 86 del 2012 e attuato dal decreto ministeriale 207 del 2022. Nasce anche con finalità di prevenzione, allerta rapida, sorveglianza nazionale e supporto alla programmazione sanitaria. Dal primo agosto 2023, le Regioni e le Province autonome hanno iniziato a istituire i propri registri. La raccolta dei dati avviene attraverso l’infrastruttura informatica messa a disposizione dal Ministero della Salute. La copertura dell’intero territorio nazionale è stata completata nel maggio 2024.
Il Rapporto 2025, presentato oggi, 4 maggio 2026, al Ministero, fotografa l’attività registrata dal primo agosto 2023 al 31 dicembre 2025. In questo periodo sono stati censiti 68.776 interventi chirurgici, eseguiti da 1.672 chirurghi in 708 strutture sanitarie. Il 55,7% degli interventi ha avuto finalità ricostruttiva, il 44,3% finalità estetica. Gli interventi con impianto di protesi sono stati 66.796, mentre 1.980 hanno riguardato la sola rimozione. Complessivamente, le protesi impiantate sono state 112.924, a fronte di 33.605 protesi rimosse.
“Il Registro rappresenta un fiore all’occhiello del nostro sistema sanitario. E ci pone all’avanguardia rispetto ad altri Stati per alcune sue peculiarità. Come l’obbligatorietà dell’inserimento dei dati. La gestione e il finanziamento da parte di un’istituzione indipendente. La raccolta ed elaborazione dei dati in tempo reale”, ha dichiarato il Ministro della Salute, Orazio Schillaci. “Questo prezioso patrimonio di dati ha dimostrato che il nostro Servizio Sanitario è pronto a misurarsi con un monitoraggio esteso ad altri dispositivi medici impiantabili. Con questa consapevolezza abbiamo presentato un disegno di legge che istituisce il Registro Unico dei Dispositivi Medici Impiantabili, attualmente all’esame del Senato”.
Ricostruzione mammaria
Il Rapporto conferma il ruolo centrale della chirurgia ricostruttiva nei percorsi oncologici. In questo ambito, nel 71,1% dei casi i chirurghi hanno inserito la protesi dopo una diagnosi di neoplasia mammaria. Tra queste procedure, nel 67,8% dei casi l’impianto segue una mastectomia totale con risparmio del complesso areola capezzolo e nel 24,1% una mastectomia con risparmio di cute. Il documento legge questi numeri come coerenti con l’aumento delle diagnosi precoci e con la possibilità di ricorrere a interventi demolitivi più conservativi, associati alla ricostruzione immediata.
Il legame tra protesi mammarie, chirurgia oncologica e qualità della vita dopo la diagnosi emerge anche da un altro dato richiamato dal Ministero. Dal 2011 al 2023, secondo le schede di dimissione ospedaliera, le SDO, citate nel Rapporto, i chirurghi hanno utilizzato protesi mammarie nel 97,6% delle ricostruzioni realizzate in Italia. Il documento ricorda inoltre che, secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2025, il tumore della mammella resta la neoplasia più frequente nella popolazione femminile, con 53.065 nuovi casi diagnosticati nel 2024 e una sopravvivenza netta dell’88% a cinque anni.
Sul piano dell’organizzazione sanitaria, le strutture pubbliche hanno eseguito il 37,4% degli interventi registrati, le strutture private il 33,6% e le strutture private accreditate o equiparate a pubbliche il 29%.
Revisioni, sicurezza e follow-up
Il Rapporto permette di andare oltre il numero degli impianti e di leggere le cause che rendono necessario un nuovo intervento. Nelle revisioni degli impianti ricostruttivi, la più frequente è la contrattura capsulare, che riguarda il 36,5% dei casi. Seguono la rottura della protesi, con il 18,6%, e le revisioni non associate a problemi del dispositivo, pari al 15,6%.
Il documento entra anche nelle pratiche chirurgiche adottate. Nell’89,5% delle procedure i chirurghi hanno trattato la tasca anatomica prima dell’impianto, nell’86,7% hanno trattato la protesi prima del posizionamento e nel 99% dei casi hanno cambiato i guanti prima dell’impianto. I drenaggi sono stati utilizzati nel 68,6% delle procedure, con una differenza marcata tra gli interventi ricostruttivi, dove si arriva al 90,1%, e quelli estetici, dove il dato si ferma al 51,7%.
In Sicilia
Nella Regione risultano 167 chirurghi e 55 strutture sanitarie con almeno un intervento registrato. Una rete presente, quindi, ma attraversata da un dato rilevante sulla mobilità sanitaria.
Per gli interventi ricostruttivi, quelli più spesso legati alla chirurgia oncologica della mammella, le strutture siciliane hanno registrato 1.842 procedure. Tra le pazienti residenti nell’Isola, 1.781 hanno scelto di operarsi in Sicilia, mentre il 21,1% si è rivolto a strutture fuori regione. La mobilità attiva, cioè la quota di pazienti provenienti da altre regioni che si operano in Sicilia, resta invece al 3,6%. Significa che più di una paziente siciliana su cinque, per una ricostruzione con protesi mammaria, ha lasciato l’Isola, mentre la capacità attrattiva regionale rimane contenuta.
Il confronto con la chirurgia estetica racconta una dinamica diversa. Per gli interventi a finalità estetica, il Rapporto registra 2.226 procedure eseguite in Sicilia. In questo caso la mobilità passiva dei residenti siciliani scende all’8,7%, mentre la capacità attrattiva dell’Isola resta contenuta, pari al 4,7%.
Lo stesso Rapporto richiama le disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure tra le sfide ancora aperte, evidenziate proprio dalla mobilità sanitaria delle pazienti per interventi di chirurgia mammaria.









