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Cantieri senza fine al Policlinico di Palermo, Cgil: “Nell’Oncologia spazi e personale al limite”

venerdì 28 Agosto - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Articoli

I ritardi nei cantieri continuano a pesare sull’organizzazione del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo. Tra Oculistica, Geriatria e altre strutture coinvolte nei cantieri, la fase transitoria si prolunga ormai da mesi e, in alcuni casi, ha già superato ampiamente le scadenze inizialmente indicate. Ma è soprattutto l’Oncologia a soffrire maggiormente, perché qui alle difficoltà logistiche si sommano la fragilità dei pazienti, la complessità delle cure e una pressione crescente sul personale.

Il quadro va letto anche alla luce del ruolo del Policlinico, DEA di II livello e Azienda ospedaliero-universitaria chiamata a garantire assistenza ad alta complessità, didattica, ricerca e formazione specialistica. Funzioni che richiedono spazi, personale e organizzazione adeguati, mentre l’apertura contemporanea dei cantieri ha costretto negli ultimi mesi diversi reparti a trasferimenti e riorganizzazioni.

L’Azienda aveva già spiegato che proprio la necessità di rispettare le scadenze dei lavori aveva imposto lo svuotamento completo di alcuni padiglioni. Tra questi il plesso 13, sede ordinaria dell’Oncologia. Per evitare l’interruzione delle cure, il reparto è stato trasferito negli spazi precedentemente utilizzati dal Pronto soccorso, già ristrutturati ma più piccoli rispetto alla sede originaria. Una soluzione che la stessa direzione aveva presentato come temporanea e che aveva richiesto una revisione dei percorsi interni e un prolungamento degli orari delle attività.

Il problema oggi è soprattutto quello dei tempi. La consegna dei locali era stata inizialmente indicata per luglio 2025. Il termine è poi slittato a luglio 2026, ma anche quella scadenza è trascorsa. Secondo le informazioni attualmente disponibili, la conclusione dei lavori potrebbe richiedere ulteriori mesi. Nel frattempo l’Oncologia continua a garantire visite, controlli, terapie, chemioterapie e consulenze, ma lo fa dentro una sistemazione nata per affrontare una fase temporanea e diventata progressivamente una condizione di lungo periodo.

A descrivere la situazione è Mario Caradonna, coordinatore dei dirigenti medici e sanitari della Fp Cgil al Policlinico e dirigente medico dell’Azienda, che punta l’attenzione sia sulle condizioni dei pazienti sia su quelle dei professionisti chiamati quotidianamente a mantenere operativo il servizio.

Pazienti fragili

“Qui non stiamo parlando di un disagio qualsiasi, ma di pazienti oncologici, persone che affrontano percorsi complessi, terapie pesanti e controlli continui. In molti casi trascorrono mesi o anni tra visite, accertamenti e trattamenti. A queste persone dovremmo garantire ambienti adeguati, riservatezza, ordine e condizioni dignitose. Invece alcune attività vengono svolte in stanze estremamente piccole, in certi casi assimilabili per dimensioni a un bagno, dove diventa complicato persino organizzare correttamente una visita”.

“Il problema degli spazi non è soltanto una questione di comfort. La ridotta disponibilità di spazio rende complessa anche la corretta collocazione e fruibilità delle attrezzature necessarie alle diverse attività. In alcuni ambienti anche la disponibilità dei lettini per le visite risente inevitabilmente delle dimensioni ridotte dei locali. Quando parliamo di assistenza oncologica, anche questi aspetti diventano importanti perché incidono sull’organizzazione delle prestazioni, sui percorsi e sulla serenità di pazienti che arrivano in ospedale già in una condizione di forte vulnerabilità”.

“È inaccettabile che una sistemazione prevista come temporanea continui dopo due scadenze mancate. Prima luglio 2025, poi luglio 2026 e ora siamo praticamente a settembre. Non possiamo continuare a considerare normale ciò che normale non è. Nei momenti di maggiore afflusso si creano inevitabilmente difficoltà nell’accettazione e nell’attesa e a subire il peso di questa organizzazione sono proprio persone alle quali dovremmo garantire un percorso il più possibile ordinato e protetto”.

“Va anche detto con grande chiarezza che il servizio non si è fermato. Le attività continuano e questo avviene grazie all’impegno di chi lavora nel reparto. Ma sarebbe profondamente sbagliato utilizzare il fatto che l’Oncologia continui a funzionare per sostenere che non esista un problema. Al contrario, il fatto che l’assistenza venga comunque garantita dimostra quanto grande sia lo sforzo che professionisti e operatori stanno facendo ogni giorno”.

Personale allo stremo

“Il personale è allo stremo. I medici dell’Oncologia oggi sono nove e devono sostenere un’attività che non si è ridotta. In alcune giornate arrivano a lavorare 12 ore e anche oltre. E non parliamo soltanto delle visite. Bisogna controllare gli esami, valutare gli approfondimenti diagnostici, programmare i controlli successivi, seguire le chemioterapie e rispondere alle consulenze urgenti che arrivano anche dal Pronto soccorso. A questo si aggiunge la guardia interdivisionale con Ematologia”.

“Ci sono colleghi che arrivano a lavorare 12 ore e in alcune giornate anche di più. E non parliamo soltanto delle visite. Bisogna controllare gli esami, valutare gli approfondimenti diagnostici, programmare i controlli successivi, seguire le chemioterapie e rispondere alle consulenze urgenti che arrivano anche dal Pronto soccorso. A questo si aggiunge la guardia interdivisionale con Ematologia. È un insieme di attività che richiede tempo, concentrazione e responsabilità enormi”.

“Non si può pensare che un reparto del genere continui a reggersi sul sacrificio individuale dei lavoratori. Medici, infermieri e personale sanitario stanno facendo uno sforzo enorme per garantire l’assistenza, ma non è accettabile che diventi normale compensare con il lavoro delle persone carenze di organico, difficoltà logistiche e ritardi che durano da mesi”.

“È un cortocircuito assistenziale. Il personale cerca di proteggere i pazienti dalle conseguenze delle difficoltà organizzative, ma qualcuno deve anche proteggere i lavoratori. Non possiamo arrivare al punto in cui l’unica risposta ai ritardi dei cantieri, agli spazi insufficienti e alla carenza di organico sia chiedere a medici e sanitari di resistere ancora. È inaccettabile trasformare l’eccezionalità in un modello di funzionamento”.

Formazione e futuro

Il Policlinico non è un ospedale qualunque. È un DEA di II livello ed è anche una struttura universitaria. Questo significa che qui l’assistenza deve convivere ogni giorno con la formazione dei medici e con l’attività di ricerca. Le difficoltà dei reparti non rimangono quindi confinate alla sola organizzazione sanitaria, ma rischiano di riflettersi anche sulla funzione universitaria”.

“Le scuole di specializzazione hanno bisogno di reparti pienamente operativi, attività cliniche adeguate, posti letto, casistica e professionisti che abbiano il tempo e le condizioni per formare. Se comprimiamo continuamente gli spazi e costringiamo i reparti a lavorare in condizioni di emergenza prolungata, dobbiamo inevitabilmente interrogarci anche sulla qualità della formazione che saremo in grado di garantire negli anni a venire”.

“Non possiamo pensare che la didattica viva in una dimensione separata dall’assistenza. Se un medico trascorre 12 ore cercando di tenere insieme visite, chemioterapie, urgenze e guardie, inevitabilmente si riducono anche gli spazi organizzativi per la formazione. Ed è un problema che riguarda non soltanto gli specializzandi di oggi, ma la capacità del Policlinico di continuare a essere un centro universitario di riferimento”.

Tempi certi

“Ci auguriamo che si arrivi finalmente a tempi certi e credibili per la conclusione dei lavori, non soltanto per l’Oncologia ma anche per gli altri reparti coinvolti nei trasferimenti e nelle riorganizzazioni. Quando una fase temporanea si prolunga così tanto, diventa inevitabile interrogarsi su come l’Azienda monitori l’avanzamento dei cantieri e su quali criticità continuino a rallentare le consegne”.

“Resta poi da capire se i contratti prevedano penali per i ritardi e, in caso affermativo, se l’Azienda intenda applicarle. Quando i cantieri riguardano un ospedale pubblico, il rispetto dei tempi non rappresenta soltanto una questione contrattuale. Riguarda un bene sociale e incide direttamente sull’assistenza, sul lavoro dei professionisti e sui servizi destinati alla collettività”.

“Quando i cantieri ospedalieri durano oltre quanto previsto, le conseguenze non riguardano soltanto il cronoprogramma. Ricadono sui pazienti, sui professionisti e sul funzionamento quotidiano delle strutture coinvolte. Per questo ci auguriamo che l’Azienda mantenga la massima attenzione sui tempi, sull’avanzamento dei lavori e sulla tutela di un patrimonio pubblico che deve continuare a rispondere ai bisogni della collettività”.

La replica

La Direzione strategica dell’AOUP riconosce che la situazione sta creando disagio sia ai pazienti sia agli operatori, ringraziando il sindacalista per averla rappresentata.

Il Policlinico precisa però che nessuna attività assistenziale ha subito uno stop, pur avendo registrato in alcuni casi temporanee contrazioni e forme di decentramento. La Direzione distingue inoltre i lavori finanziati dal Pnrr dai tempi necessari per il rientro dei reparti. Secondo l’AOUP, gli interventi previsti dal Pnrr si sono conclusi entro i termini programmati, mentre alcuni ritardi nella ricollocazione delle attività dipendono dagli adeguamenti necessari alle misure di prevenzione e sicurezza antincendio.

A partire dal prossimo mese di ottobre, la maggior parte delle Unità operative tornerà nelle proprie sedi, seppure con alcune variazioni organizzative”, precisa la Direzione. Il piano di ricollocazione, aggiunge l’AOUP, è stato condiviso con l’Università nel rispetto del Protocollo d’intesa e prevede spazi per l’assistenza, la Scuola di Medicina, le scuole di specializzazione e la ricerca.

“È fondamentale che le criticità, che l’Azienda non intende minimizzare e sulle quali sta concretamente intervenendo, siano rappresentate nel loro complessivo contesto. È necessario evitare che tali problematiche possano tradursi in una percezione di inadeguatezza delle strutture assistenziali e generare nei pazienti e nelle loro famiglie una preoccupazione non corrispondente alla qualità delle cure effettivamente erogate”, sottolinea il direttore generale Maria Grazia Furnari.

“Il rischio è quello di indebolire il rapporto di fiducia nei confronti del Policlinico e dei suoi professionisti, che ogni giorno garantiscono un’assistenza di elevatissimo livello, con percorsi clinico-assistenziali costantemente aggiornati e l’adozione delle migliori pratiche disponibili. Siamo pienamente consapevoli delle difficoltà esistenti e stiamo lavorando per superarle, con l’obiettivo di assicurare ambienti adeguati, sicurezza, qualità dell’assistenza e continuità delle cure”, conclude.

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