Il nuovo World Health Statistics 2026 segnala miglioramenti su Hiv, tubercolosi, fumo, alcol e accesso ai servizi essenziali, ma avverte che il passo resta troppo lento e che in alcuni ambiti il mondo arretra. Pesano il Covid, la crisi dei finanziamenti, le coperture vaccinali sotto target, le malattie croniche, l’inquinamento e le carenze nei dati. Per l’Italia, il rapporto non propone un focus nazionale specifico, ma richiama temi che riguardano anche il nostro Servizio sanitario, dall’invecchiamento della popolazione alla spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie, fino alla necessità di rafforzare prevenzione, vaccinazioni e programmazione sanitaria.
A cinque anni dalla scadenza degli Obiettivi dell’Agenda 2030, la salute globale entra in una fase più incerta. Il mondo ha guadagnato terreno negli ultimi vent’anni, ma oggi fatica a trasformare quei risultati in una traiettoria stabile. Il rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, basato sui dati disponibili fino a marzo 2026, misura questa frenata attraverso gli indicatori sanitari legati agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, l’impatto della mortalità in eccesso associata al Covid-19 e la qualità dei sistemi nazionali di registrazione dei decessi e delle cause di morte.
Il dato più evidente è quello di una sanità mondiale entrata in una stagione di attrito. Le infezioni da Hiv sono diminuite del 40% tra il 2010 e il 2024, l’incidenza della tubercolosi è scesa del 12% dal 2015 e il numero di persone che hanno avuto bisogno di interventi contro le malattie tropicali neglette si è ridotto del 36%. Sono risultati che raccontano la forza delle politiche sanitarie quando si muovono su scala internazionale, con programmi continuativi, sorveglianza e accesso alle cure. Nello stesso periodo, però, la malaria ha seguito una direzione opposta, con un’incidenza globale aumentata dell’8,5% dal 2015, allontanandosi dal traguardo fissato per il 2030.
La distanza tra avanzamento scientifico e capacità dei sistemi di raggiungere le persone appare ancora più netta quando il rapporto guarda ai fattori di rischio. Nel 2023 la prevalenza globale dell’anemia nelle donne in età riproduttiva è salita al 30,7%, mentre nel 2024 il sovrappeso tra i bambini sotto i cinque anni ha raggiunto il 5,5%. La violenza contro le donne resta una delle grandi emergenze sommerse della salute pubblica globale, con il 24,7% delle donne e ragazze dai 15 anni in su che nel 2023, tra quelle che avevano avuto un partner, risultavano aver subito violenza fisica o sessuale da partner nel corso della vita, e l’8,2% delle donne e ragazze dai 15 anni in su esposte a violenza sessuale da non partner. L’Oms sottolinea che la prevalenza reale potrebbe essere più alta a causa della sottodenuncia.
Nel rapporto emerge anche una geografia dei miglioramenti. Tabacco e consumo di alcol sono in calo dal 2010 e si avvicinano ai target globali, pur senza raggiungerli pienamente. Tra il 2015 e il 2024, 961 milioni di persone in più hanno avuto accesso a servizi di acqua potabile gestiti in sicurezza, 1,2 miliardi a servizi igienico-sanitari sicuri, 1,6 miliardi a servizi igienici di base e 1,4 miliardi a combustibili e tecnologie pulite per cucinare. Questi numeri indicano una trasformazione materiale della vita quotidiana per intere popolazioni, ma lasciano scoperti miliardi di persone, soprattutto nelle aree rurali e nei Paesi a basso e medio reddito.
Il nodo più politico del documento riguarda la copertura sanitaria universale. Secondo l’Oms, tra il 2015 e il 2023 l’indice globale di copertura dei servizi sanitari è passato appena da 68 a 71, con un rallentamento marcato rispetto al periodo 2000-2015. Circa un quarto della popolazione mondiale affronta difficoltà economiche a causa delle spese sanitarie dirette, mentre 1,6 miliardi di persone vivono in povertà o vi sono state spinte per effetto dei costi della salute. Anche le vaccinazioni infantili restano sotto il target globale del 90%, in particolare per la seconda dose del vaccino contro il morbillo, lasciando aperti spazi di vulnerabilità che alimentano nuovi focolai.
Per l’Italia, questo passaggio va letto con prudenza. Il rapporto Oms non dedica il pezzo centrale al caso italiano, ma i temi che solleva toccano anche il nostro sistema sanitario. Un Paese con elevata aspettativa di vita deve fare i conti con una popolazione sempre più anziana, con il peso crescente delle cronicità, con la necessità di mantenere alte le coperture vaccinali e con l’impatto della spesa sostenuta direttamente dai cittadini quando l’accesso alle prestazioni pubbliche diventa più difficile o più lento. In questo senso, il documento offre una chiave utile per leggere anche le tensioni dei sistemi sanitari maturi: vivere più a lungo non basta, se gli anni guadagnati non coincidono con buona salute, prevenzione accessibile e cure realmente sostenibili.
La pandemia resta la cesura centrale. L’Oms stima che tra il 2020 e il 2023 si siano verificati 22,1 milioni di decessi in eccesso associati al Covid-19, circa tre volte i 7 milioni di morti ufficialmente riportati. Il picco è arrivato nel 2021, con 10,4 milioni di decessi in eccesso, mentre nel 2023 il numero è sceso a 3,3 milioni. La mortalità in eccesso è stata più alta negli uomini rispetto alle donne e ha colpito con maggiore intensità gli anziani, mostrando una crescita netta del rischio nelle fasce di età più avanzate.
Il colpo non si è esaurito nella conta dei morti. La pandemia ha cancellato quasi un decennio di progressi nell’aspettativa di vita e nell’aspettativa di vita in buona salute entro il 2021. Dal 2022 è iniziato un recupero, ma il rimbalzo non ha avuto la stessa forza in tutte le regioni e in tutte le popolazioni. Il rapporto descrive un mondo in cui la ripresa sanitaria non coincide automaticamente con la fine dell’emergenza epidemiologica, perché gli effetti del Covid si sono innestati su fragilità precedenti, disuguaglianze territoriali, carenze di personale, debolezza dei sistemi informativi e instabilità dei finanziamenti.
La parte forse più silenziosa, e insieme più decisiva, riguarda i dati. L’Oms avverte che molti Paesi non dispongono ancora di sistemi completi, tempestivi e affidabili per registrare i decessi e le loro cause. Alla fine del 2025, solo il 18% dei Paesi trasmetteva dati di mortalità entro un anno, mentre il 32% non aveva mai inviato all’Oms dati sulle cause di morte. Dei circa 61 milioni di decessi globali stimati nel 2023, soltanto 21 milioni sono stati comunicati all’Oms con informazioni sulla causa, e appena 12 milioni disponevano di dati significativi codificati secondo la classificazione internazionale delle malattie.
È qui che il rapporto sposta il discorso dalla salute come somma di prestazioni alla salute come infrastruttura pubblica. Senza registri vitali, certificazioni mediche accurate, codifica delle cause di morte, sistemi digitali interoperabili e capacità di sorveglianza, i governi rischiano di decidere al buio. La mortalità non misurata diventa una forma di invisibilità amministrativa, e l’invisibilità amministrativa riduce la possibilità di prevenire, programmare e correggere. Nel capitolo dedicato agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, l’Oms osserva che, tra i 52 indicatori sanitari esaminati, più della metà dispone di target numerici globali e nessuno risulta in linea con il raggiungimento del traguardo a livello mondiale.
Il rapporto non racconta un arretramento uniforme, ma una corsa che ha perso velocità proprio quando avrebbe bisogno di accelerare. La sanità globale dispone di vaccini, farmaci, tecnologie, reti di sorveglianza e conoscenze che vent’anni fa erano più limitate. La questione, oggi, riguarda la capacità di sostenere questi strumenti nel tempo, portarli dove il bisogno è più alto, finanziarli in modo prevedibile e misurarne gli effetti con dati credibili. In questo scenario, i numeri dell’Oms non funzionano soltanto come bilancio sanitario. Sono una mappa politica delle priorità che il mondo dovrà affrontare prima del 2030.








