Con una quota pari al 61% dei consumi rispetto ai farmaci biologici originatori, la Sicilia si posiziona tra le regioni italiane più virtuose nell’adozione dei farmaci biosimilari, superando la media nazionale del 51,2%. La regione segue a breve distanza realtà consolidate come Umbria (63%), Piemonte e Valle d’Aosta (65,3%), Liguria (67%) e Marche (69,9%), mentre distanzia nettamente regioni come Calabria (39,7%), Lombardia (35,8%) e Sardegna (34,2%).
Il dato siciliano è rilevante, soprattutto se si considera la storica difficoltà del Sistema sanitario regionale nel garantire omogeneità nell’accesso alle cure e nella gestione dei farmaci ad alto costo.
I farmaci biosimilari
Questi farmaci rappresentano una risorsa strategica per la sostenibilità dei sistemi sanitari pubblici, in quanto offrono un’equivalenza terapeutica rispetto ai biologici originatori, ma a costo ridotto. Inoltre permettendo un più ampio accesso ai trattamenti e liberando risorse da reinvestire in altri ambiti assistenziali.
Sono utilizzati in diverse patologie complesse e croniche, tra cui tumori solidi, malattie autoimmuni, patologie infiammatorie croniche intestinali e insufficienza renale cronica, e la loro adozione consente di ampliare le platee trattate, anticipare i tempi di cura e migliorare l’appropriatezza prescrittiva.
In Sicilia
Nell’Isola, alcune strutture ospedaliere e universitarie hanno avviato percorsi strutturati per l’impiego dei biosimilari, integrandoli nei protocolli clinici e nella formazione del personale sanitario. Tuttavia, persistono differenze significative tra le Aziende sanitarie pubbliche, sia nell’adozione dei percorsi terapeutici che nelle strategie di approvvigionamento, con una conseguente variabilità nell’utilizzo effettivo di questi farmaci sul territorio. In generale, i medici specialisti si mostrano favorevoli alla prescrizione dei biosimilari, seguendo le evidenze scientifiche, ma in alcune realtà sanitarie continua a prevalere un approccio più cauto, che porta a privilegiare i farmaci originatori anche quando sono disponibili equivalenti biosimilari efficaci e sicuri.
Le difficoltà
Una delle principali barriere resta la diffidenza verso lo switch terapeutico, sia da parte dei pazienti che, in alcuni casi, degli stessi operatori sanitari. Il passaggio dal farmaco originatore al biosimilare, o tra biosimilari della stessa molecola – non sempre è accompagnato da un’adeguata comunicazione, alimentando incertezze e resistenze.
Come segnalato dal farmacologo Gianluca Trifirò, circa il 10% dei pazienti effettua uno switch da biosimilare a originatore, e poi ritorna al primo, indicando una fragilità nella comunicazione medico-paziente e una carenza di informazione strutturata. Questo aspetto è particolarmente rilevante in una regione come la Sicilia, dove la rete della medicina territoriale presenta ancora forti discontinuità, e dove l’alleanza terapeutica è spesso influenzata da percezioni soggettive, più che da evidenze scientifiche.
Per rendere più efficiente e omogeneo l’impiego dei biosimilari sul territorio regionale, gli esperti auspicano un rafforzamento della formazione per medici e farmacisti ospedalieri, unito a campagne informative rivolte ai cittadini, oltre a procedure regionali più chiare e vincolanti per le aziende sanitarie. La Sicilia ha già dimostrato di poter colmare il divario con le regioni del Nord, ma la piena integrazione dei biosimilari nei percorsi assistenziali richiederà una governance più attenta e multidisciplinare, capace di coniugare risparmio e qualità dell’assistenza.








