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Fegato grasso, una minaccia sottovalutata. Petta: “La prevenzione resta l’arma più efficace” CLICCA PER IL VIDEO

lunedì 24 Novembre - 2025 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Salute, Video

Nel 2024 la steatosi epatica, comunemente nota come “fegato grasso”, è stata identificata come una delle condizioni metaboliche a più rapida crescita in Italia. Secondo le più recenti stime epidemiologiche, riguarda circa un adulto su quattro nella popolazione generale e oltre la metà dei pazienti con obesità o diabete. Numeri che confermano un trend in costante aumento negli ultimi anni, trasformando quella che un tempo era considerata una semplice alterazione metabolica in una vera e propria malattia del fegato.

La crescente diffusione della steatosi epatica è accompagnata da una si accompagna a un’altra criticità: la sua natura silenziosa. Nella maggior parte dei casi non provoca sintomi e viene scoperta casualmente, spesso durante esami di routine o ecografie eseguite per altri motivi. Comprendere quali siano i rischi reali e come riconoscere per tempo le forme più aggressive diventa quindi cruciale”.

A dichiararlo è Salvatore Petta, professore ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo, referente per il PROMISE, il Programma Mattone Internazionale Salute, che nel quadro delle sue attività di promozione della salute sostiene iniziative dedicate alla sensibilizzazione, alla prevenzione e alla diagnosi precoce della steatosi epatica, favorendo studi multicentrici, collaborazioni internazionali e la diffusione delle buone pratiche cliniche nella gestione delle malattie epatiche metaboliche.

“La steatosi epatica è oggi una condizione estremamente comune: nella popolazione generale colpisce un soggetto su quattro, mentre nei pazienti con diabete o obesità supera il 50% – spiega Petta –. Il problema principale è che una quota non trascurabile di questi pazienti può andare incontro a una malattia epatica progressiva, fino ad arrivare alla cirrosi e alle sue complicanze. Si tratta di una vera pandemia metabolica, strettamente legata allo stile di vita moderno. Sappiamo che esistono varianti genetiche che aumentano il rischio, ma sono l’obesità, il diabete, la sedentarietà, un’alimentazione lontana dai principi della dieta mediterranea e, non da ultimo, il consumo di alcol a innescare la progressione della malattia”.

Come riconoscere la steatosi epatica

“Le malattie croniche del fegato, inclusa la steatosi metabolica, tendono a non dare disturbi fino a stadi molto tardivi –ricorda Petta -. Per questo è fondamentale adottare un approccio proattivo nei pazienti a rischio. Esami semplici come le transaminasi possono aiutare, ma vanno interpretati con cautela. Circa l’80% dei soggetti con steatosi ha valori degli enzimi epatici perfettamente normali”, aggiunge.

Nuove terapie

“Negli ultimi due anni, la ricerca ha compiuto progressi significativi nella definizione di farmaci specifici per la steatosi epatica metabolica. Abbiamo già a disposizione le prime evidenze e le prime approvazioni internazionali – sottolinea il professore -. Due farmaci hanno ricevuto l’ok negli Stati Uniti e uno di questi anche in Europa. Si tratta del resmetirom, che agisce sul recettore beta dell’ormone tiroideo, e della semaglutide, già nota per il trattamento di diabete e obesità. È verosimile che entro uno-due anni saranno disponibili anche per la gestione delle malattie metaboliche del fegato. Ma le terapie, tuttavia, non sostituiscono lo stile di vita. I farmaci potranno affiancare, ma mai rimpiazzare, dieta corretta e attività fisica”.

Diagnosi precoce e prevenzione

“La lotta al fegato grasso passa soprattutto da una maggiore consapevolezza e da un’attenta sorveglianza clinica dei soggetti a rischio. La vera chiave è intercettare la malattia prima che provochi un danno irreversibile. Non bisogna allarmarsi, ma conoscere i propri fattori di rischio, sottoporsi a controlli regolari e affidarsi a specialisti. La prevenzione rimane il nostro strumento più efficace”, conclude Petta.

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