Un’analisi su scala mondiale ha identificato quasi duecento regioni del genoma associate al disturbo dello spettro autistico, fornendo una mappa, senza precedenti, delle basi genetiche che contribuiscono alla variabilità clinica e comportamentale del disturbo.
Lo studio, pubblicato su Nature e coordinato da ricercatori del Broad Institute di Harvard e MIT, dell’Università di Aarhus e del consorzio iPSYCH, rappresenta la più ampia meta-analisi genetica mai condotta sull’autismo, con oltre 300.000 partecipanti di diverse origini ancestrali, di cui più di 60.000 con diagnosi di ASD.
La mappa globale dei geni
Gli studiosi spiegano che: “L’autismo non è determinato da un singolo gene o da una mutazione isolata, ma da un complesso intreccio di varianti genetiche comuni e rare che influenzano lo sviluppo neuronale e la comunicazione sinaptica. Grazie alla combinazione di dati provenienti da biobanche e studi clinici internazionali, il gruppo ha individuato una serie di geni chiave coinvolti nella regolazione dell’attività neuronale, nella plasticità cerebrale e nella formazione dei circuiti che modulano il comportamento sociale e la comunicazione”.
“Tra le regioni genomiche identificate, molte si sovrappongono a quelle già associate ad altre condizioni neuropsichiatriche, come schizofrenia, disturbo da deficit di attenzione e depressione, indicando un continuum biologico tra i diversi disturbi del neurosviluppo – sottolineano -. Queste connessioni genetiche non significano confusione diagnostica, ma un terreno biologico comune su cui le esperienze ambientali e lo sviluppo cerebrale costruiscono traiettorie differenti”.
L’indagine ha permesso anche di comprendere meglio le differenze tra uomini e donne nello spettro autistico, rivelando che le donne necessitano di un carico genetico maggiore per sviluppare sintomi clinici equivalenti, una conferma del cosiddetto “female protective effect”. Gli autori precisano che: “Questi risultati non riflettono una minore incidenza biologica, ma una diversa espressione fenotipica che spesso porta a diagnosi tardive o mancate nelle donne e nelle ragazze”.
Un altro aspetto cruciale dello studio riguarda l’inclusione di popolazioni non europee, spesso sottorappresentate nelle ricerche genetiche. L’approccio multi-ancestrale ha consentito di identificare varianti specifiche in diverse origini etniche, migliorando l’accuratezza dei punteggi di rischio poligenico e rendendo i risultati più rappresentativi a livello globale. “Per comprendere davvero le radici dell’autismo, la ricerca deve riflettere la diversità umana. La genetica non può essere interpretata solo attraverso un’unica popolazione di riferimento”, evidenziano gli studiosi.
Differenze di genere e nuove prospettive cliniche
L’integrazione dei dati genetici con quelli dell’espressione genica nei tessuti cerebrali ha rivelato, spiegano i ricercatori, che: “Molti dei geni implicati nell’autismo sono attivi durante le prime fasi dello sviluppo fetale, in particolare nelle regioni corticali coinvolte nell’elaborazione del linguaggio e nelle funzioni sociali. Questo suggerisce che l’autismo nasce da una combinazione di predisposizione genetica e fattori che modulano lo sviluppo neuronale nei primi momenti della vita”.
Oltre a rafforzare la comprensione biologica del disturbo, i risultati delineano nuove prospettive per la medicina di precisione, aprendo la possibilità di sviluppare strumenti diagnostici basati sui profili genetici individuali. Tuttavia, gli autori ricordano che la genetica non definisce la persona, ma ne delinea solo una parte, e che le differenze neurobiologiche devono essere interpretate come variabilità e non come deficit.
“L’autismo è una condizione complessa e profondamente umana, radicata nella diversità biologica della specie. Comprendere i meccanismi genetici non serve a ridurre le persone a un genoma, ma a costruire conoscenza, accoglienza e percorsi clinici più precisi e rispettosi delle differenze”, concludono.








