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Adriana Smith, usata come incubatrice dopo la morte: il caso che interroga medicina, legge ed etica

lunedì 7 Luglio - 2025 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Norme & Diritto, Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Palermo

La storia di Adriana Smith, infermiera di 31 anni dichiarata cerebralmente morta in Georgia a febbraio 2025 e tenuta in vita contro la volontà dei familiari per portare a termine una gravidanza di sole nove settimane, ha commosso e scosso l’opinione pubblica internazionale.
A causa della legge statale sull’aborto in vigore, che vieta l’interruzione dopo il rilevamento del battito cardiaco fetale anche in presenza di morte cerebrale, il corpo di Adriana è stato mantenuto artificialmente in funzione per quasi quattro mesi. Solo dopo il parto cesareo d’urgenza, avvenuto il 13 giugno con la nascita prematura del piccolo Chance, è stato possibile interrompere il supporto vitale.

Dopo i funerali di Adriana, celebrati pochi giorni fa, e mentre il piccolo Chance lotta in terapia intensiva neonatale, con Antonio Maiorana, consigliere dell’Ordine dei Medici di Palermo e direttore della Ginecologia e Ostetricia dell’Arnas Civico, affrontiamo i dilemmi che questa vicenda pone a chi, ogni giorno, si confronta con decisioni in cui la responsabilità professionale si intreccia con la dignità umana.

Cosa ha provato leggendo la storia di Adriana Smith?

“Credo che non si possa leggere questa storia senza sentirsi toccati nel profondo. Ho provato un dolore difficile da spiegare. Come medico, come uomo, ma soprattutto come essere umano. Perché quando la morte di una persona viene trattata come una condizione sospesa, quasi funzionale, qualcosa dentro si spezza. Adriana era una donna, una madre, una figlia, è stata trattenuta in un limbo biologico in nome della legge. La famiglia ha vissuto un dolore prolungato, dilatato. E io, come medico, non posso non interrogarmi: fino a che punto possiamo chiamare “cura” il mantenimento artificiale della vita in assenza di coscienza?“.

Negli Stati Uniti la legge ha prevalso sulla volontà della famiglia e, forse, anche su quella della donna. In Italia cosa sarebbe successo?

In Italia la morte cerebrale, quando accertata da un collegio medico, equivale alla morte legale. La persona non è più in vita. Questo è un punto fermo. Di conseguenza, non vi è alcun obbligo di mantenere attive le funzioni biologiche in un corpo clinicamente morto. La legge 219 del 2017 tutela il principio del consenso informato e, in sua assenza, sono i familiari a essere investiti del compito di rappresentare la volontà della persona. Quindi sì, in Italia la famiglia avrebbe potuto decidere in modo più umano, nel rispetto di Adriana”.

Ma se quella volontà non è mai stata espressa chiaramente, chi dovrebbe prenderne il posto?

“Questa è la domanda cruciale. Quando una donna perde la capacità di autodeterminarsi, chi diventa il tutore etico della sua volontà? La famiglia, certo. Ma anche il padre del nascituro, in quanto coinvolto direttamente. E poi c’è lo Stato, che ha un ruolo di garanzia. È un equilibrio fragile, da costruire con grande sensibilità. In ogni caso, la volontà della persona, se nota, resta il punto cardine. In Italia questo principio è riconosciuto come sacrosanto”.

Dal punto di vista deontologico, quali responsabilità emergono in una situazione tanto complessa?

“Il nostro primo dovere è non tradire la fiducia. La deontologia ci impone di agire con scienza e coscienza. Non siamo esecutori di norme cieche, siamo garanti della dignità del paziente, anche quando il paziente non può più parlare. Quando la vita biologica è disgiunta dalla vita cosciente e relazionale, continuare le cure può trasformarsi in accanimento. E l’accanimento terapeutico è una forma di violenza, non di cura”.

Nel caso specifico, il feto aveva solo nove settimane. Qual è l’equilibrio, in Italia, tra la tutela del nascituro e quella della madre?

Il nostro ordinamento ha cercato un equilibrio, con la legge 194 del 1978. L’embrione e il feto sono tutelati, ma sempre in funzione della volontà della madre. La donna resta il perno della decisione. Dopo i 90 giorni, l’interruzione della gravidanza è possibile solo per motivi gravi, ma sempre previa valutazione clinica e dietro richiesta della donna, o di chi la rappresenta se lei non è in grado. Anche quando la situazione è gravissima, la richiesta deve partire da lei, o da un tutore. È una scelta dolorosa, ma profondamente rispettosa della dignità della persona”.

Dopo il cambiamento della legge in Georgia, storie come questa potrebbero ripetersi. Cosa si augura, da medico?

“Mi auguro che non ci dimentichiamo mai che dietro ogni legge ci sono delle persone. Adriana era una donna, una madre, un’infermiera. È stata privata della possibilità di scegliere anche nella morte. Mi auguro che chi scrive le leggi ascolti i medici, le famiglie, e i pazienti. E che ricordi che la giustizia non è mai solo una questione di diritto, ma anche di empatia“.

Se fosse stato lei il medico di Adriana, cosa avrebbe fatto?

“Avrei voluto chiederle: ‘Cosa desideri per te?’. E non potendolo fare, avrei chiesto alle persone a lei più vicine. Perché non possiamo ridurre tutto a un automatismo. Tra feto e madre c’è uno scambio enorme di funzioni che non sono soltanto biologiche. C’è un’intimità profonda, fatta di scambi emotivi, energetici, invisibili. Cosa succede nel momento in cui una gravidanza, quasi per tutto il suo decorso, viene mantenuta in una persona che è morta? È una domanda che pesa, che non ha una sola risposta. Ma non possiamo far finta di nulla”.

E allora, cosa ci insegna, davvero, questa storia?

“Ci insegna che ci sono confini della medicina e dell’etica che non possiamo attraversare senza prima fermarci a pensare. Vicende come quella di Adriana ci costringono a uscire dalle certezze e a confrontarci con il limite, con la fragilità, con l’umanità. Siamo pronti, come società, a gestire interrogativi così profondi? Siamo pronti a chiederci, senza ideologie, cosa significa davvero rispettare la vita? E soprattutto, cosa significa rispettare la morte? A volte, forse, l’unica risposta possibile è un silenzio pieno di ascolto”.

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