“È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”. Con queste parole il Procuratore generale della Corte dei Conti, Pio Silvestri, ha aperto il suo richiamo al Sistema sanitario italiano durante la requisitoria del 26 giugno 2025 sul Rendiconto generale dello Stato. Una dichiarazione netta, che ribadisce il primato del diritto alla salute su ogni vincolo economico, e che punta i riflettori sulla crisi della Sanità pubblica, in particolare su quella territoriale, da anni al centro delle carenze strutturali più gravi.
Silvestri ha sottolineato la necessità di rafforzare la medicina di prossimità, rilanciando il ruolo delle Case della comunità, della telemedicina, dell’edilizia sanitaria e, soprattutto, del capitale umano. Tra le criticità più gravi, ha evidenziato il collasso della medicina territoriale tradizionale: “L’emergenza pandemica ha messo in luce tutte le criticità dell’assetto previgente, ma in gran parte ancora in essere, basato sui medici di base e la guardia medica, che non sono più in grado di svolgere un ruolo di filtro in luogo del generalizzato accesso al Pronto soccorso“.
L’emergenza-urgenza resta, infatti, è uno dei punti più critici, soprattutto al Sud, dove il Pronto soccorso rappresenta spesso l’unico approdo per i cittadini. In questi luoghi, la fatica quotidiana, la carenza di risorse e il senso di abbandono istituzionale hanno scavato a fondo, alimentando una crisi vocazionale che spinge sempre più giovani medici e infermieri a non scegliere, o ad abbandonare, la prima linea.
Come ha sottolineato la Corte dei Conti, si tratta del: “Settore più esposto anche a episodi ricorrenti di aggressione al personale sanitario”.
In Sicilia, questa crisi è particolarmente evidente. I piani straordinari annunciati dall’assessorato regionale alla Salute non bastano. I pronto soccorso sono congestionati. I medici di continuità assistenziale spesso operano da soli. La rete del 118, pur straordinaria secondo gli ultimi dati nazionali, è costantemente sotto pressione. Il sistema nel suo complesso è sempre più fragile. E rischia seriamente il punto di rottura.
Proprio su questi temi arriva una replica lucida e appassionata da chi, ogni giorno, regge il peso del territorio: i medici di medicina generale (MMG).
“Il vero capestro oggi non è il massimale o il numero di ore in ambulatorio, ma la difficile congiuntura del rapporto fiduciario tra medico e paziente, che è il fondamento stesso della medicina generale”, commenta Francesca Taormina, della FIMMG di Palermo, in risposta ai richiami della Corte dei Conti.
“Noi medici di Medicina generale continuiamo ad essere presenti, attivi, attenti, nonostante un carico di lavoro che ha eroso ogni margine di pausa. Eppure, il nostro sforzo si infrange contro un sistema spesso disallineato – racconta -. Inviamo i pazienti con una diagnosi sospetta al secondo livello di cure, ma spesso ce li ritroviamo con richieste di esami, senza che vengano redatte le ricette del SSN. Gli accertamenti, inoltre, sono consigliati su moduli prestampati, con voci da barrare, spesso sovrabbondanti, inutili o persino invasivi. Tutto questo avviene senza un vero confronto clinico. Il risultato? Nessuna risposta concreta per il paziente, un carico economico che grava su di noi e sul sistema, e un ulteriore allungamento delle liste d’attesa”.
“Dalla pandemia in poi abbiamo assicurato tutto – racconta –. Ai pazienti non è mai mancato un farmaco. Eravamo operativi mentre altri erano chiusi, anche per i certificati di isolamento e di liberazione che andavano alla prefettura e alla polizia, a qualsiasi giorno ed ora. Da allora, per l’uso improprio dei mezzi informatici, tra mail e WhatsApp, siamo diventati ostaggio di una sarabanda di impegni e comunicazioni. Tutto è diventato urgente, immediato, ingestibile”.
Le criticità non sono solo cliniche, ma anche burocratiche, sottolinea: “Brancoliamo tra TAC, richieste inappropriate e prontuari disallineati, mentre siamo costretti ad assumere anche compiti amministrativi che potrebbero svolgere persone con una terza media, come il rinnovo dei presidi su piattaforme che non funzionano. Non è questa la medicina del territorio che serve”.
“Non possiamo continuare a essere i soli a reggere il peso dell’assistenza territoriale. È ora che ognuno faccia la sua parte, senza se e senza ma. Noi MMG siamo la spina dorsale del sistema, ma non possiamo più far fronte da soli a un carico di lavoro ormai insostenibile”, conclude Taormina.
Il monito, insomma, è duplice: servono investimenti strutturali, ma anche un riequilibrio delle responsabilità nel sistema. Perché senza il coinvolgimento reale di ogni attore, istituzioni, specialisti, strutture e cittadini, la medicina territoriale non può che rimanere un’idea incompiuta.








