In Italia ci sono quasi tredicimila strutture residenziali dedicate all’assistenza sociosanitaria e socioassistenziale, ma l’offerta resta fortemente disomogenea sul territorio. I posti letto attivi al primo gennaio, secondo l’ultimo report dell’Istat, sono 425.780 e segnano un aumento del 4,4% rispetto all’anno precedente, mentre gli ospiti arrivano a 385.871 con una crescita del 6%. Gli anziani over 65 rappresentano tre ospiti su quattro, i minori poco più del 6%.
Dietro questi numeri si muove un’Italia che cambia forma, che invecchia, accoglie, si affida sempre di più alla cura istituzionale e che continua a mostrare differenze profonde tra un territorio e l’altro. Nel Nord Est ci sono 10,5 posti letto ogni mille residenti, mentre nel Sud si scende a 3,4 e il divario diventa ancora più netto se si guarda alla disponibilità per gli anziani non autosufficienti, con il Nord Ovest che ne garantisce 28 ogni mille, il Nord Est che arriva a 32 e il Sud che si ferma a 6.
Le strutture sociosanitarie coprono il 78% dei posti letto complessivi, mentre quelle socioassistenziali si attestano al 22%, con i moduli destinati agli anziani non autosufficienti che da soli assorbono il 77% dei letti nelle unità sociosanitarie. Il resto si distribuisce tra disabilità, anziani autosufficienti, disturbi psichiatrici, dipendenze e accoglienza di minori, con un sistema che si adatta alle diverse fragilità ma che resta fortemente sbilanciato verso il carico legato alla terza età.
Anziani, letti e disuguaglianze
Gli ospiti anziani sono oltre 291mila, circa venti ogni mille residenti over 65, e la gran parte, quasi 239mila, vive una condizione di non autosufficienza. Le donne rappresentano il 73% del totale, più dell’80% ha superato gli ottant’anni e in questa fascia d’età il tasso di ricovero arriva a 49 ogni mille, mentre sotto i 75 anni il dato crolla.
Le differenze territoriali restano marcate. Nel Nord Est si contano 31 anziani ospitati ogni mille residenti over 65, in Trentino e Alto Adige i valori salgono ancora, mentre nel Sud ci si ferma a nove e in Campania appena a quattro.
La Sicilia si colloca leggermente sopra la media meridionale, con 10,2 anziani accolti ogni mille over 65, ma resta molto distante dagli standard delle regioni settentrionali. In molte aree del Mezzogiorno la rete pubblica non basta e dove manca l’infrastruttura sono le famiglie a doversi arrangiare.
Minori in struttura
Nelle strutture residenziali vivono anche 21.800 minori, circa due ogni mille minorenni residenti, con oltre 10mila di origine straniera. I maschi sono il 61%, il 62% ha tra gli undici e i diciassette anni, mentre i minori stranieri non accompagnati sono 4.480, rappresentano metà dei minori stranieri accolti e nella quasi totalità dei casi hanno tra 15 e 17 anni. Il 95% è di sesso maschile.
La Sicilia viene citata tra i territori con i tassi più alti di accoglienza residenziale per i minori, in particolare per i minori stranieri non accompagnati, e assorbe una quota rilevante del totale nazionale, convivendo con una pressione costante che in alcuni momenti supera quella di ogni altra regione.
Nel complesso delle Isole, la composizione dell’offerta cambia sensibilmente rispetto alla media italiana. I posti letto dedicati agli anziani non autosufficienti si fermano al 31,6%, mentre a livello nazionale sono il doppio. I minori occupano il 16% dell’offerta, le patologie psichiatriche il 10,9%, e in molte aree la funzione educativa e tutelare tende a prevalere sull’assistenza sanitaria continuativa.
Chi accoglie, come e per quanto
A gestire la maggior parte delle strutture non è lo Stato. Il 76% dei presidi, a livello nazionale, è in mano a soggetti privati, con una netta prevalenza del mondo non profit, mentre il pubblico amministra appena il 13% dell’intera rete. In Sicilia il ruolo delle amministrazioni pubbliche si riduce ancora, con appena il 4,4% delle strutture gestite direttamente, mentre il 12,4% fa capo a enti religiosi e tutto il resto si distribuisce tra soggetti privati e realtà del terzo settore. Una configurazione che affida gran parte della presa in carico delle fragilità a soggetti esterni, spesso con risorse limitate e un’organizzazione molto disomogenea tra i territori.
Anche le dimensioni delle strutture cambiano con la geografia. Al Nord, soprattutto nel Nord Est, sono più frequenti le residenze piccole, con meno di dieci posti letto, distribuite in modo capillare sul territorio. Nell’Isola, al contrario, le strutture più piccole rappresentano appena il 6% del totale, mentre oltre il 76% rientra nella fascia tra i 16 e i 60 posti letto, a conferma di un’offerta più concentrata e meno integrata nel tessuto di prossimità.
Ingresso, permanenza e fragilità giuridiche
Gli ospiti non sono tutti uguali nemmeno dal punto di vista giuridico. In alcune strutture si entra volontariamente, in altre si arriva per effetto di una misura di tutela, di un provvedimento del tribunale o di un percorso di accoglienza protetta. Tra i minori è molto alta la quota di chi si trova in struttura in assenza di una rete familiare. Tra gli adulti fragili e le persone con disagio psichico aumentano i casi di ricoveri lunghi, spesso senza un’alternativa abitativa o assistenziale esterna.
I tempi di permanenza variano molto. In alcuni casi si resta solo qualche settimana, in altri si supera l’anno. Al Sud e nelle Isole la durata media tende ad allungarsi, e la Sicilia segue questo andamento, in particolare nelle strutture che accolgono anziani soli o minori senza una rete familiare di supporto, a conferma di un sistema che fatica a costruire soluzioni flessibili, domiciliari o realmente integrate con il territorio.
Operatori sotto pressione
Ogni presidio funziona grazie a una rete di lavoratori che regge l’assistenza quotidiana. Gli operatori coinvolti sono quasi 395mila, di cui 355mila con contratto retribuito. Gli operatori sociosanitari rappresentano il 36% del personale retribuito, seguiti dagli infermieri con l’11% e dagli addetti all’assistenza alla persona con il 10%. In molte strutture, soprattutto nel Mezzogiorno e in Sicilia, mancano figure come educatori, psicologi e professionisti della relazione, a conferma di una fragilità strutturale nelle competenze.
La forza lavoro è in larga parte femminile, prevalentemente locale e spesso impiegata con contratti precari o orari ridotti, considerando che quattro lavoratori su dieci non hanno un contratto a tempo pieno. I cittadini stranieri rappresentano il 13,5% del totale, ma anche qui le differenze territoriali si fanno sentire, con percentuali più alte nel Nord e una presenza che nel Mezzogiorno resta sotto il 2%.
Un limite aggiuntivo riguarda la base informativa. In Sicilia il tasso di risposta alla rilevazione dell’Istat si ferma al 41,3%, uno dei più bassi a livello nazionale. Con dati incompleti e poco monitorabili, diventa difficile programmare interventi efficaci e valutare la reale capacità di risposta dei territori.
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