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Aborto stabile in Italia, IVG più basse al Sud: Sicilia record di obiettori al 78,6%

mercoledì 18 Marzo - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: News ed eventi

Nel 2023 le interruzioni volontarie di gravidanza in Italia si fermano a 65.746 casi, con una variazione minima dello 0,1%. Anche il tasso di abortività resta stabile a 5,6 ogni 1.000 donne tra i 15 e i 49 anni, tra i più bassi a livello internazionale.

Numeri che, letti in superficie, restituiscono l’immagine di un fenomeno ormai sotto controllo, lontano dai livelli degli anni Ottanta. Ma il dato quantitativo non basta a spiegare cosa sta accadendo oggi. Il sistema non è fermo, sta cambiando e lo fa in modo non uniforme. È quanto emerge dal report del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, che analizza andamento, accesso ai servizi e differenze territoriali.

La trasformazione più evidente riguarda le modalità di intervento. L’aborto farmacologico cresce e raggiunge il 59,4% dei casi, superando quello chirurgico. L’interruzione avviene sempre più precocemente e con modalità meno invasive.

Questo si riflette nei tempi e nell’esperienza concreta dell’intervento. Oltre l’80% delle IVG avviene entro 14 giorni dalla certificazione, mentre poco più di un decennio fa si fermava attorno al 60%. Più del 90% avviene senza ricovero ordinario e oltre la metà dei casi non richiede anestesia grazie al metodo farmacologico.

Chi ricorre all’IVG e come

Le donne che ricorrono all’interruzione appartengono soprattutto alla fascia tra i 25 e i 34 anni. Oltre il 60% non è sposato, circa l’80% ha un livello di istruzione medio e poco più della metà lavora. Un profilo che attraversa una parte ampia della popolazione.

Le donne straniere rappresentano il 26,7% delle IVG e presentano un tasso più che doppio rispetto alle italiane. Un dato che richiama disuguaglianze nell’accesso ai servizi, nelle condizioni economiche e nell’informazione sanitaria.

Il percorso inizia soprattutto nei consultori familiari, che rilasciano il 45,6% delle certificazioni. Seguono gli ospedali con il 33% e il medico di fiducia con circa il 19%.

L’intervento resta però concentrato negli ospedali, dove si svolge l’88,4% delle IVG. Gli ambulatori rappresentano meno dell’8% e i consultori una quota minima, confermando un modello ancora in larga parte ospedaliero.

Le IVG ripetute si fermano al 23,2% del totale, circa 15.200 casi. Un dato che indica una maggiore efficacia della prevenzione e una diffusione più ampia della contraccezione.

Contraccezione e cambiamenti demografici

La stabilità dei numeri si lega anche a fattori esterni. Nel 2023 si superano le 760 mila confezioni di contraccezione di emergenza distribuite, segno di un uso crescente e più accessibile.

A questo si aggiunge la riduzione della popolazione femminile in età fertile e il calo delle nascite. Meno gravidanze incidono direttamente sul numero delle interruzioni.

Ne deriva un equilibrio complesso. Non si registra un aumento del fenomeno, ma una stabilizzazione legata a prevenzione, contraccezione e cambiamenti demografici.

Il Sud

Nel Mezzogiorno il quadro cambia e mostra valori più bassi rispetto al resto del Paese. Tuttavia, questo dato non consente di stabilire se si tratti di un minore ricorso all’interruzione o di differenze nell’accesso ai servizi. Il report segnala inoltre criticità nella qualità dei dati in alcune regioni, tra cui la Sicilia.

Il confronto territoriale mostra che questa trasformazione non procede ovunque alla stessa velocità. Nel Sud l’aborto farmacologico si ferma al 56,3% e nelle Isole al 46,3%, contro valori superiori al 60% nel resto del Paese. Una quota maggiore di donne affronta quindi procedure più ospedalizzate e meno flessibili.

Il divario riflette un modello organizzativo diverso. Dove il sistema si è evoluto, l’IVG si sposta verso il territorio. Nel Sud il percorso resta più legato all’ospedale e meno integrato con i servizi territoriali.

Anche i tempi mostrano differenze. Il miglioramento esiste, ma non è uniforme e varia tra territori e strutture.

A questo si aggiunge il tema dell’obiezione di coscienza, con percentuali elevate in diverse regioni del Sud. In Italia i ginecologi obiettori sono il 57,1%. Si sale al 78,6% in Sicilia, al 71,4% in Campania e al 73% in Puglia, con valori ancora più alti in Molise. Un dato che non determina da solo criticità strutturali, ma rende più complessa l’organizzazione dei servizi quando si somma ad altre difficoltà.

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