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“Mangiare senza ideologia”: la bussola di Corrao tra obesità, dieta mediterranea e falsi miti

martedì 25 Agosto - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Salute

Arriva un nuovo bestseller del professore Salvatore Corrao. Dopo aver portato l’intelligenza artificiale dentro il dibattito sulla medicina, il docente UniPa sposta adesso l’attenzione su uno dei terreni più controversi e affollati di slogan degli ultimi anni, l’alimentazione.

Il nuovo libro “Mangiare senza ideologia” affronta diete, falsi miti, obesità, cibi ultraprocessati e nuove terapie senza trasformare la nutrizione in uno scontro tra fazioni, ma riportando al centro la pratica clinica e il ragionamento nelle scelte quotidiane.

Professore, dopo l’intelligenza artificiale e la medicina, questa volta porta il lettore nel mondo dell’alimentazione. Perché proprio adesso?

“In realtà, questo libro fa parte di un progetto complessivo per portare al grande pubblico i grandi temi che affronto nella ricerca scientifica e nella comunicazione accademica, perché oggi il problema non è la mancanza di informazioni, ma l’eccesso di informazioni spesso contraddittorie. In particolare, le persone ricevono continuamente indicazioni su ciò che dovrebbero mangiare, eliminare o considerare pericoloso. Social network, pubblicità, divulgazione scientifica, mode alimentari e messaggi commerciali convivono nello stesso spazio. Il risultato è che molte persone hanno più informazioni di prima, ma meno strumenti per orientarsi”.

Che cosa significa davvero “mangiare senza ideologia”?

“Significa evitare di trasformare l’alimentazione in un sistema di appartenenze. Non serve scegliere una dieta come si sceglie una squadra. Un alimento non è buono o cattivo in assoluto e un modello alimentare non può funzionare allo stesso modo per tutti. Bisogna valutare la persona, il contesto clinico, la quantità, la frequenza, il resto dell’alimentazione e soprattutto l’obiettivo che vogliamo raggiungere”.

Lei riporta una scena quotidiana in cui molte persone si possono ritrovare, ossia una donna che passa dodici minuti davanti allo scaffale degli yogurt fotografando le etichette. Perché ha scelto proprio questa immagine?

“Perché racconta bene il paradosso contemporaneo. Abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni, ma spesso non sappiamo più come usarle. Quella donna non manca di attenzione o di volontà. Al contrario, sta cercando di scegliere bene. Il problema è che riceve così tanti messaggi diversi da trasformare anche la scelta di uno yogurt in una decisione complessa”.

Lei parla anche di “parole-trappola”. Detox, naturale, processato, superfood, gluten free, antinfiammatorio. Perché funzionano così bene?

“Perché semplificano concetti complessi e danno l’impressione di offrire risposte immediate. Naturale, per esempio, non significa automaticamente sano. Processato non significa automaticamente dannoso. Una parola può descrivere una caratteristica, ma non può sostituire l’analisi complessiva dell’alimento e della dieta. Il rischio nasce quando lo slogan prende il posto del ragionamento”.

Nel libro, proprio per orientarsi in questo rumore informativo, introduce quella che definisce la Triade Corrao: Direzione, Matrice e Sostituzione. Che cosa rappresentano queste tre parole?

“Non rappresentano un nuovo dogma, ma solo un metodo con tre principi che aiutano a ragionare sulle scelte alimentari. La Direzione riguarda la traiettoria complessiva dell’alimentazione nel tempo. Non dobbiamo giudicare il singolo pasto come se decidesse da solo lo stato di salute. La Matrice riguarda invece ciò che stiamo effettivamente mangiando. Un nutriente isolato non coincide con un alimento, e un alimento non esiste al di fuori del pasto e del modello alimentare complessivo. La Sostituzione pone, infine, una domanda decisiva. Se elimino qualcosa, che cosa metto al suo posto?”.

La Sostituzione sembra uno dei punti più forti del metodo. Perché?

“Perché eliminare un alimento non comporta automaticamente un miglioramento. Se una persona riduce il consumo di carne lavorata e la sostituisce con legumi, frutta secca o altri alimenti inseriti in un modello alimentare equilibrato, prende una determinata direzione. Se la sostituisce con un prodotto vegetale ultraprocessato, il risultato può cambiare completamente. Non basta sapere cosa togliamo. Dobbiamo sapere cosa entra al suo posto”.

Nel libro compare una frase molto forte: “la risposta dipende non è una scappatoia”. Che cosa intende?

“Intendo che, in medicina, la risposta più corretta non coincide sempre con un sì o con un no. Dipende dalla persona, dalla condizione clinica, dalla quantità, dalla frequenza, dalla matrice alimentare, dall’obiettivo e dalle alternative disponibili. Dire “dipende” senza spiegare nulla serve a poco. Dire da cosa dipende, invece, significa fare medicina”.

Quindi la Triade Corrao non propone una nuova dieta?

“No! Non voglio aggiungere un’altra dieta all’elenco di quelle già esistenti. La Triade è un metodo operativo, una bussola e come dicevo, non una nuova ideologia. Serve a pensare, non a impartire comandamenti. Può condurre a scelte diverse in persone diverse proprio perché parte dalla realtà clinica e non da una regola universale”.

Nel libro mostra che la stessa raccomandazione può persino cambiare direzione nell’anziano fragile. Come funziona?

“Un giovane con obesità e rischio cardiometabolico può necessitare di ridurre l’apporto energetico e migliorare la qualità della dieta. Un anziano fragile che perde peso e massa muscolare può avere una priorità completamente diversa. In quel caso bisogna preservare energia, proteine, muscolo, funzione e autonomia. Applicare la stessa regola a entrambi sarebbe un errore”.

Paleo, chetogenica, digiuno intermittente, veganismo. Nel libro non le tratta come sistemi da promuovere o bocciare. Perché evita il classico verdetto “funziona o non funziona”?

“Perché la domanda giusta è un’altra. Funziona per chi, per quale obiettivo, per quanto tempo e con quali rischi? Un approccio può avere evidenze in una determinata condizione, ma non risultare adatto a un’altra persona. In medicina dobbiamo uscire dalla logica del protocollo universale”.

Un capitolo riguarda la dieta mediterranea. Gli italiani credono ancora di seguirla davvero?

“Molto spesso sì, ma vivere in Italia non significa automaticamente mangiare secondo il modello mediterraneo studiato scientificamente. Quel modello possiede caratteristiche precise, legate agli alimenti, alle proporzioni e alle frequenze. Le abitudini alimentari contemporanee si sono allontanate in molti casi da quel modello, anche se continuiamo a definirle mediterranee per ragioni culturali o geografiche”.

Nel volume ripercorre anche la lunga guerra ai grassi. Abbiamo semplificato troppo la scienza nutrizionale?

“Sì! Per molti anni il messaggio è diventato semplicemente “i grassi fanno male”. Ma la realtà è molto più complessa. Contano la qualità dei grassi, le fonti alimentari, le quantità e soprattutto ciò con cui li sostituiamo. La scienza evolve, ma anche la comunicazione ha una responsabilità quando trasforma indicazioni complesse in slogan assoluti”.

Uno dei capitoli più attuali parte da una frase altrettanto netta, “l’obesità non è una colpa”. Perché sente ancora il bisogno di ribadirlo?

Perché sul peso corporeo continuiamo ad applicare un giudizio morale. L’obesità è una malattia cronica complessa, nella quale entrano in gioco fattori biologici, genetici, ambientali, sociali e psicologici. Ridurre tutto alla forza di volontà non corrisponde alle evidenze scientifiche e rischia di aumentare lo stigma. I social, inoltre, sembrano riproporre con forza un ideale di magrezza sempre più estrema, fino al punto da giudicare negativamente persino corpi sportivi, muscolosi e perfettamente funzionali alla prestazione. Lo abbiamo visto di recente anche con Manila Esposito, campionessa di ginnastica artistica, bersaglio di commenti sul proprio fisico nonostante risultati sportivi di altissimo livello e un corpo normale. È un segnale evidente di quanto il corpo continui a essere valutato secondo criteri estetici prima ancora che di salute, funzione e benessere”.

Semaglutide e tirzepatide hanno cambiato il dibattito sull’obesità, ma molti continuano a definirli scorciatoie per dimagrire. È una lettura sbagliata?

“Sono farmaci e dobbiamo valutarli come tali. Bisogna considerarne le indicazioni, i benefici, i possibili effetti avversi e l’appropriatezza per il singolo paziente. Definire semplicemente “scorciatoie” significa ignorare i meccanismi biologici che regolano il peso e la natura cronica dell’obesità. Allo stesso tempo non dobbiamo trasformarli in strumenti cosmetici o in soluzioni adatte a chiunque”.

Nel libro entrano molte storie cliniche. Perché ha scelto di affiancare le persone ai dati scientifici?

“Perché la medicina non si svolge soltanto negli studi clinici o nelle linee guida. Si svolge nella vita delle persone. Una raccomandazione può risultare perfetta sulla carta e fallire quando incontra il lavoro, la famiglia, le abitudini, le difficoltà economiche o la fragilità di un paziente. Le storie mostrano quella distanza e aiutano a capire se una scelta è davvero sostenibile”.

Nel capitolo finale, “Cinque scene e un metodo”, il libro sembra andare oltre la nutrizione e parlare del modo di fare medicina. Era questo l’obiettivo?

“Ha centrato un aspetto molto importante! Dopo molti anni di pratica clinica, capisci che curare significa anche osservare come le persone prendono decisioni, cambiano abitudini, resistono al cambiamento o riescono a costruire nuovi equilibri. Le evidenze scientifiche restano fondamentali, ma devono sempre confrontarsi con una persona reale. È in quel confronto che nasce la decisione clinica”.

Se dovesse lasciare al lettore soltanto tre domande prima di scegliere cosa mangiare, quali sarebbero?

“Dove sto andando con la mia alimentazione? Che cosa sto mangiando davvero? E se tolgo questo alimento, che cosa metto al suo posto? Direzione, Matrice e Sostituzione. La Triade non dice alle persone che cosa devono mangiare. Prova a dare loro uno strumento per decidere”.

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