In carcere la prevenzione delle malattie infettive passa prima di tutto dallo screening, ma resta essenziale garantire continuità tra diagnosi, terapia e controlli. Tubercolosi, HIV, epatiti B e C e sifilide sono tra le infezioni sulle quali si concentra maggiormente l’attenzione. A pesare, però, non sono soltanto gli aspetti clinici. L’organizzazione sanitaria cambia da Regione a Regione, il turnover dei detenuti è elevato e il collegamento tra carcere, servizi territoriali e ospedali diventa decisivo per non perdere il paziente durante il percorso di cura.
A sottolinearlo è Sergio Babudieri, direttore scientifico della Società italiana di Medicina e Sanità penitenziaria, intervenuto al XVII Congresso regionale SIMIT Sicilia con una relazione sulle problematiche infettivologiche negli istituti penitenziari.
Screening
“La medicina in carcere presenta difficoltà molto elevate, sia per l’ambiente sia per la tipologia dei pazienti. A questo si aggiunge una forte disomogeneità organizzativa tra i 189 istituti penitenziari italiani, perché la sanità dipende dai diversi sistemi regionali. Cambiano quindi organizzazione, modalità operative e anche le condizioni contrattuali degli operatori. Come Società italiana di Medicina e Sanità penitenziaria abbiamo proposto ai decisori politici di arrivare a linee guida condivise tra Ministero della Salute e Ministero della Giustizia, capaci di rendere più omogenei i comportamenti in tutto il Paese, a partire proprio dagli screening infettivologici”.
“Quando parliamo di screening standard sulle malattie infettive croniche, le cinque principali sono tubercolosi, HIV, HCV, HBV e sifilide. I dati ci dicono che le positività che emergono maggiormente riguardano soprattutto tubercolosi e anticorpi anti-HCV. Sul fronte dell’epatite C, però, negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento molto importante grazie alle terapie antivirali. Prima stimavamo che circa tre persone su quattro positive agli anticorpi anti-HCV fossero anche viremiche. Oggi siamo sotto una su cinque, quindi meno del 20%“.
“Per lo screening dell’HCV lo Stato aveva stanziato 72 milioni di euro e oggi disponiamo anche di test capillari con pungidito che consentono di fare lo screening rapidamente. Questo significa che già durante la prima visita possiamo intercettare una positività. Lo stesso principio vale per la tubercolosi, sulla quale abbiamo strumenti di screening semplici come il test di Mantoux. Se rendiamo omogenei i comportamenti, possiamo aumentare molto la capacità di individuare precocemente queste infezioni“.
HCV e tubercolosi
“I risultati sull’HCV migliorano soprattutto nei territori dove esiste un collegamento tra medicina penitenziaria, SerD e medici di medicina generale. Quando questa rete funziona, il paziente non si perde. Ci sono anche reinfezioni, ma oggi rappresentano una quota molto ridotta rispetto al passato. Il problema resta invece il forte turnover della popolazione detenuta. Circa il 25% delle persone esce entro il primo mese e questo significa che il tempo a disposizione per completare un percorso può essere molto breve“.
“Per questo non basta eseguire un test. Dobbiamo anche comunicare correttamente il risultato. Se una persona scopre di avere avuto un contatto con l’HCV o risulta positiva al Mantoux, deve portare con sé quell’informazione quando esce e rivolgersi ai servizi o al proprio medico. Nel caso della tubercolosi latente, ad esempio, può essere necessario proseguire gli approfondimenti e valutare una terapia preventiva”.
“Su questo dobbiamo essere molto attenti, perché un caso di tubercolosi contagiosa che sfugge può creare un focolaio. Da una sola persona possiamo arrivare a coinvolgerne moltissime. E non parliamo soltanto dei detenuti, ma anche degli agenti di polizia penitenziaria, dei medici e di chiunque entri all’interno dell’istituto. In una comunità chiusa la diagnosi precoce assume quindi un valore ancora maggiore“.
Fascicolo sanitario
“Anche il Fascicolo sanitario elettronico dovrebbe aiutarci, perché può accompagnare le informazioni cliniche della persona quando cambia istituto o torna in libertà. In carcere, però, incontra ancora difficoltà importanti. Circa un terzo della popolazione detenuta è costituito da cittadini stranieri e una parte presenta problemi di identificazione o di registrazione sanitaria. Quando escono, inoltre, non tutti dispongono di un codice STP o di un collegamento stabile con il Servizio sanitario”.
“Questo rende più difficile seguire il paziente, ma proprio per questo dobbiamo evitare che il risultato di uno screening o l’avvio di una terapia restino confinati all’istituto. L’informazione sanitaria deve accompagnare la persona. Il collegamento tra medicina penitenziaria, SerD, medici di medicina generale e servizi territoriali diventa essenziale per non interrompere diagnosi, terapie e controlli”.
Prevenzione
“Penso anche alle vaccinazioni. Il carcere può rappresentare un’occasione importante per raggiungere una popolazione che si trova all’interno di una struttura e offrire interventi di prevenzione in maniera organizzata. Anche il CDC statunitense e quello europeo hanno richiamato questa possibilità. Durante il Covid qualcosa è stato fatto e abbiamo dimostrato che si poteva fare. Terminata la pandemia, però, quell’esperienza è stata in gran parte persa”.
“In un sistema di questo tipo chi lavora nella sanità ha una responsabilità molto grande. Uno screening deve portare a un’informazione corretta, una positività agli approfondimenti necessari e una diagnosi alla terapia. Viviamo anche in un periodo nel quale spesso prevalgono informazioni semplicistiche e soluzioni apparentemente facili. In medicina, però, le risposte semplici non sempre sono quelle corrette. In carcere la prevenzione richiede organizzazione, competenze e continuità, perché una malattia infettiva non riguarda soltanto il singolo paziente, ma può coinvolgere tutte le persone che vivono o lavorano all’interno dell’istituto“.









