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Ebola, protocolli e strutture: la Sicilia può reggere la prima fase di una vera emergenza?

lunedì 8 Giugno - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: News ed eventi

L’assessorato regionale della Salute ha attivato le procedure contro la malattia da virus Ebola causata dal virus Bundibugyo dopo l’ordinanza del Ministero della Salute del 29 maggio 2026. Il Dipartimento per le Attività sanitarie e Osservatorio epidemiologico (DASOE) ha coinvolto direttori generali, direttori sanitari, Dipartimenti di prevenzione, servizi di Epidemiologia, centrali operative del 118, farmacie ospedaliere, Pronto soccorso, Unità operative di Malattie infettive e servizi diagnostici.

Il DASOE ha individuato inoltre nel professor Antonio Cascio, direttore della UOC di Malattie infettive e tropicali dell’AOUP “P. Giaccone” di Palermo, il referente clinico regionale h24 per Ebola, e ha fissato il raccordo con l’IRCCS Spallanzani di Roma per consulenza clinica, diagnostica virologica e ricovero in biocontenimento.

Il livello di rischio per l’Italia resta indicato come molto basso dalle valutazioni europee. La prudenza nasce però dai numeri dell’epidemia da virus Ebola Bundibugyo in Repubblica Democratica del Congo e Uganda. Secondo Reuters, il 7 giugno le autorità congolesi hanno riportato 515 casi confermati e 91 decessi nella Repubblica Democratica del Congo. Mentre l’Uganda aveva comunicato 15 casi confermati e un decesso. Per questo il Ministero della Salute è intervenuto con l’ordinanza del 29 maggio 2026, puntando soprattutto a presidiare la fase più esposta, cioè identificazione del viaggiatore, sorveglianza sanitaria, classificazione del rischio e gestione del caso sospetto.

Il filtro epidemiologico

Il protocollo ministeriale e la disposizione regionale ruotano attorno a un primo filtro epidemiologico. Chi arriva in Italia dopo aver soggiornato o transitato nei ventuno giorni precedenti in Repubblica Democratica del Congo o in Uganda deve autosegnalarsi alle autorità sanitarie. I ventuno giorni rappresentano il tempo massimo di incubazione considerato per Ebola e spiegano perché la sorveglianza non può limitarsi al momento dell’ingresso nel Paese. I Servizi di epidemiologia delle Asp devono ricevere le dichiarazioni, attivare numeri telefonici dedicati h24, indicare gli indirizzi email per le autosegnalazioni, valutare il soggetto entro ventiquattro ore e inserire i dati nel sistema di sorveglianza PREMAL secondo le indicazioni ministeriali.

Questa parte del dispositivo regionale sposta una quota rilevante della risposta fuori dall’ospedale. La persona sottoposta a sorveglianza non deve trasformarsi in un accesso improprio al Pronto soccorso. Il sistema deve seguirla a distanza, valutarla telefonicamente o in videochiamata, indicarle come monitorare i sintomi e attivare soccorsi protetti quando il quadro clinico lo richiede. La disposizione DASOE chiede infatti ai Servizi di epidemiologia di effettuare l’indagine epidemiologica anche mediante contatto telefonico, videochiamata o altro mezzo idoneo e di garantire sorveglianza attiva h24 in presenza di paziente, anche sospetto e proveniente da zone a basso rischio.

Il caso sospetto nasce dall’incrocio tra criterio clinico e criterio epidemiologico. Il Ministero della Salute, nelle indicazioni operative, definisce le misure di prevenzione e i criteri di valutazione medici ed epidemiologici per i passeggeri provenienti dalle aree interessate. Questo passaggio risulta decisivo per le aziende sanitarie, perché il Pronto soccorso non deve ragionare soltanto sul sintomo, ma anche sulla provenienza, sui contatti, sui tempi di incubazione e sull’esposizione.

Il riferimento allo Spallanzani non elimina questa fase. Anzi, la rende più delicata. La disposizione regionale individua l’IRCCS Spallanzani di Roma come centro nazionale di riferimento per la Sicilia. A Roma spettano i riferimenti clinici, il ricovero in biocontenimento e gli accertamenti diagnostici virologici. Questo significa che diagnosi virologica ed eventuale ricovero seguono un percorso nazionale.

Ma la Sicilia è pronta?

Prima dello Spallanzani c’è la Sicilia, con i suoi Pronto soccorso, i reparti di Malattie infettive, i laboratori, le ambulanze, le direzioni sanitarie e i Dipartimenti di prevenzione. I documenti regionali attivano la catena di risposta, ma la vera prova riguarda la capacità delle aziende sanitarie di trasformare le disposizioni in percorsi separati, personale formato, DPI utilizzabili, isolamento immediato, gestione sicura dei campioni e raccordo rapido con il centro nazionale.

Il prospetto allegato alla disposizione regionale indica una rete di Malattie infettive composta da 238 posti letto complessivi per adulti. Di questi, 137 risultano a pressione negativa. Sul versante pediatrico, invece, il sistema regionale dispone di 20 posti letto complessivi e di 10 posti a pressione negativa, tutti concentrati al Di Cristina di Palermo.

Palermo e Catania concentrano una parte significativa della capacità regionali. A Palermo, l’ARNAS Civico dispone di 24 posti di Malattie infettive, di cui 6 a pressione negativa. Il Di Cristina, invece, concentra i 10 posti pediatrici a pressione negativa. Villa Sofia-Cervello indica 20 posti a pressione negativa su 20. L’AOUP Giaccone riporta 18 posti complessivi, di cui 9 a pressione negativa. Sul versante catanese, il Cannizzaro indica 16 posti a pressione negativa su 16. Il San Marco arriva a 20 su 20. Il Garibaldi Nesima, invece, presenta 20 posti complessivi, ma solo 5 a pressione negativa.

Fuori dai due poli principali, Enna indica 20 posti a pressione negativa. Tuttavia, il prospetto segnala anche l’insufficienza del laboratorio per la parte diagnostica. È un elemento decisivo, perché la gestione di Ebola non riguarda solo l’isolamento del paziente. Coinvolge anche la sicurezza della filiera dei campioni biologici.

La rete cambia consistenza nelle altre province. Agrigento riporta posti non idonei. Nel Messinese, Barcellona, Papardo e Policlinico indicano zero posti a pressione negativa nelle strutture riportate nel prospetto. Ragusa dispone di 12 posti complessivi e 2 a pressione negativa a Modica. Siracusa presenta 12 posti complessivi e 2 a pressione negativa all’Umberto I. Trapani indica 6 posti complessivi e 3 a pressione negativa a Marsala.

La pressione negativa rappresenta un indicatore strutturale importante, ma non basta da sola a misurare la capacità di risposta. Un posto letto contribuisce all’isolamento solo se l’azienda garantisce percorsi separati, personale addestrato, DPI di terza categoria, procedure di vestizione e svestizione, sanificazione, tracciamento degli accessi, smaltimento dei rifiuti e raccordo tempestivo con la rete regionale e nazionale.

Qui emerge la criticità principale. La rete regionale non presenta una distribuzione uniforme. Alcuni presidi dispongono di numeri e dotazioni più consistenti, altri hanno margini ridotti o criticità indicate direttamente negli atti regionali. In una malattia ad alto impatto organizzativo come Ebola, questa differenza pesa perché la prima gestione può partire da qualunque punto del sistema sanitario, non solo dai grandi ospedali metropolitani.

Che cosa serve davvero?

Le indicazioni internazionali portano l’analisi oltre il semplice conteggio dei posti letto. OMS, ECDC e CDC richiamano, come detto e ribadito dal Ministero, una risposta fondata su prevenzione e controllo delle infezioni, isolamento, DPI adeguati, igiene ambientale, sanificazione, gestione dei rifiuti, controllo degli accessi, dispositivi dedicati o monouso e riduzione delle procedure invasive non essenziali.

Per una direzione aziendale, questo significa costruire una procedura verificabile prima dell’emergenza. Ogni presidio deve sapere dove collocare il paziente, quali operatori possono entrare nell’area dedicata, chi supervisiona vestizione e svestizione, come si registrano gli accessi, quali attrezzature utilizzare, come sanificare gli ambienti e quali comunicazioni attivare verso la rete regionale.

L’addestramento rappresenta uno dei passaggi più delicati. I DPI di terza categoria proteggono solo se il personale li usa correttamente. Servono scorte idonee, materiali non scaduti, conservazione adeguata e procedure già provate. La disposizione regionale insiste su questo punto. Chiede ai direttori generali di verificare disponibilità, scadenze, modalità di conservazione e condizioni di idoneità dei DPI destinati agli operatori coinvolti nella gestione del sospetto.

Campioni, trasporto e 118

La lezione del Covid resta centrale. Le prime fasi della pandemia hanno mostrato quanto possano pesare i ritardi nella separazione dei flussi, nella protezione degli operatori e nell’attivazione dei percorsi dedicati. Davanti a un agente infettivo ad alto impatto organizzativo, anche poche ore possono incidere sull’intera catena assistenziale. In Sicilia, il 118 rappresenta uno degli anelli più addestrati, anche per l’esperienza maturata nel biocontenimento e nell’elisoccorso. Questo patrimonio operativo rafforza soprattutto la fase del soccorso e del trasferimento. Non può però sostituire la preparazione interna dei presidi ospedalieri.

Il chiarimento successivo alla prima disposizione distingue tre percorsi che non vanno sovrapposti. Il trasporto dei campioni verso lo Spallanzani spetta al Dipartimento di prevenzione dell’Asp territorialmente competente. L’invio dei pazienti segue invece le procedure nazionali di alto biocontenimento. Il 118 mantiene il proprio ruolo per i pazienti critici che non rientrano in quelle procedure.

Da questa distinzione dipende il coordinamento dell’intera catena. Centrale operativa, Dipartimento di prevenzione, Pronto soccorso, Malattie infettive, direzione sanitaria, laboratorio e centro nazionale devono sapere chi interviene, quando interviene e con quali responsabilità. Il rischio, altrimenti, è sovrapporre soccorso ordinario, trasporto dei campioni e trasferimento in alto biocontenimento.

Anche la gestione dei campioni richiede una filiera definita in anticipo. L’azienda deve sapere chi preleva, con quali protezioni, dove confeziona il campione, come lo conserva temporaneamente, chi cura il trasporto e quali attività il laboratorio locale può svolgere senza esporre gli operatori a rischi non necessari. Il riferimento nazionale per gli accertamenti virologici non elimina questa responsabilità, perché la sicurezza comincia nel presidio in cui il sospetto viene intercettato.

La verifica

A questo punto il passaggio decisivo non riguarda più soltanto le disposizioni emanate, ma ciò che le aziende hanno restituito al DASOE. La nota del 3 giugno chiedeva ai Servizi di epidemiologia delle Asp di comunicare entro dodici ore dal ricevimento i numeri telefonici h24, gli indirizzi mail per le autosegnalazioni e i nominativi del personale incaricato dell’inserimento dei dati nel sistema PREMAL. All’8 giugno, quella prima ricognizione dovrebbe quindi essere già nella disponibilità del Dipartimento.

Sul fronte interno, i direttori generali avrebbero dovuto verificare con immediatezza la disponibilità dei DPI di terza categoria, le scadenze, le modalità di conservazione e le condizioni di idoneità all’uso. Una dotazione esistente ma scaduta, conservata male o non conosciuta dal personale non garantisce una risposta sicura.

Alla luce di una rete non omogenea per posti a pressione negativa, delle criticità puntuali già indicate nei documenti e delle risposte che le aziende dovrebbero avere trasmesso al DASOE, resta la domanda decisiva: quali saranno le prossime mosse dell’assessorato regionale della Salute per correggere eventuali fragilità prima che un caso sospetto metta davvero alla prova il sistema? Serviranno risorse dedicate per adeguare i presidi più esposti o la Regione sceglierà di concentrare la prima risposta sulle strutture già meglio attrezzate, rafforzando percorsi, trasferimenti e raccordo con il centro nazionale?

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