Un’infezione da batteri resistenti può richiedere una terapia endovenosa anche dopo la fase più critica, ma non sempre obbliga il paziente a restare ricoverato fino all’ultima dose. In Sicilia il problema della resistenza emerge anche dai dati sulle batteriemie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi, con 12,8 casi ogni 100 mila abitanti nel 2024, il tasso più alto tra le regioni del Sud e delle Isole. Per i pazienti che raggiungono una stabilità clinica e hanno ancora bisogno di antibiotici endovena, gli specialisti possono valutare la prosecuzione della cura fuori dall’ospedale.
Ad affrontare l’argomento durante il XVII Congresso regionale SIMIT Sicilia, che si è tenuto a Palermo il 1° e 2 ottobre, sono stati i direttori delle unità di Malattie infettive dell’ARNAS Civico di Palermo e dell’ospedale Papardo di Messina, rispettivamente Chiara Iaria e Antonio Albanese. I due specialisti hanno discusso la terapia antimicrobica parenterale fuori dal ricovero, indicata con l’acronimo OPAT, dall’inglese Outpatient Parenteral Antimicrobial Therapy (terapia antimicrobica parenterale ambulatoriale).
“È una strategia che conosciamo dagli anni Settanta. La differenza, oggi, è che possiamo utilizzarla anche quando incontriamo infezioni da batteri multiresistenti e il paziente ha ancora bisogno di una terapia endovenosa. In alcuni casi il paziente raggiunge l’ambulatorio per ricevere l’antibiotico; in altri può continuare la cura al domicilio, se riusciamo a organizzare l’assistenza necessaria. Prima valutiamo la stabilità clinica, le altre malattie, la possibilità di effettuare i controlli e le condizioni che consentono una gestione sicura fuori dall’ospedale”, evidenzia Iaria.
La scelta della terapia
“La prima domanda riguarda la necessità della via endovenosa. Se abbiamo un’alternativa orale efficace, dobbiamo prenderla in considerazione. Quando invece la terapia infusionale resta necessaria, scegliamo il farmaco in base al microrganismo, all’antibiogramma, alla sede dell’infezione e alle condizioni del paziente. Le infezioni urinarie e quelle delle ossa o associate alle protesi rientrano tra le situazioni che incontriamo più spesso. In casi selezionati possiamo valutare anche infezioni più complesse, ma la scelta dell’antibiotico non sostituisce gli altri interventi necessari per controllarle”, osserva Albanese.
“Le pompe elastomeriche ci consentono di somministrare in modo continuo alcuni antibiotici, anche farmaci che utilizziamo da molti anni. Per i beta lattamici conta il tempo durante il quale la concentrazione del farmaco resta sopra quella necessaria a inibire il batterio. L’infusione continua può aiutarci a raggiungere questo obiettivo, ma dobbiamo verificare la stabilità dell’antibiotico nella pompa per tutta la durata della somministrazione. Anche la temperatura a cui il paziente conserva e indossa il dispositivo ha un ruolo. Non possiamo applicare la stessa modalità a ogni farmaco o a ogni persona”, prosegue Iaria.
“Una terapia fuori dal reparto richiede controlli clinici e di laboratorio, oltre alla sorveglianza dell’accesso venoso. La frequenza dipende dal farmaco, dalla durata del trattamento e dalle condizioni del paziente. Dobbiamo riconoscere eventuali effetti indesiderati, verificare la funzione renale quando il farmaco lo richiede e capire se l’infezione risponde alla cura. Se qualcosa cambia, modifichiamo la terapia o rivalutiamo il ricovero. Questo lavoro rientra nell’antimicrobial stewardship, cioè nell’uso appropriato degli antibiotici: non basta scegliere il farmaco all’inizio, bisogna continuare a verificare che sia quello giusto”, aggiunge Albanese.
I dati dei due centri
“Un lavoro pubblicato nel 2026 ha analizzato 119 pazienti che hanno seguito un percorso OPAT al Civico di Palermo e al Papardo di Messina tra il 2024 e il 2025. Il 51,2% aveva un’infezione da microrganismi multiresistenti e la durata mediana della terapia è stata di 14 giorni. I medici hanno utilizzato modalità diverse: 32 pazienti hanno ricevuto un’infusione continua tramite pompa elastomerica, mentre gli altri hanno ricevuto somministrazioni intermittenti o farmaci a lunga durata d’azione. Sono dati dei due ospedali, non dell’intera Sicilia, ma aiutano a capire come adattare il percorso alla terapia necessaria e alla persona che la riceve”, spiega Iaria.
“Il lavoro ha registrato una guarigione clinica in 98 dei 109 pazienti per i quali disponeva del dato sull’esito, pari all’89,9%. Nello stesso gruppo sono emerse 11 recidive e 19 nuovi ricoveri. Sono risultati da leggere con attenzione: l’analisi riguarda pazienti selezionati e non comprende un gruppo di persone rimaste ricoverate con cui confrontare gli esiti. Non possiamo quindi attribuire all’OPAT, da sola, la percentuale di guarigione. I dati ci aiutano a valutare questo percorso anche nelle infezioni resistenti, ma servono studi più ampi per capire quali pazienti ne traggano maggiore beneficio”, precisa Albanese.
“Abbiamo guardato anche oltre la guarigione dell’infezione, valutando peso, fragilità e condizioni cognitive. Nel gruppo esaminato, peso e indice di fragilità sono rimasti sostanzialmente stabili. Il risultato merita attenzione, soprattutto per le persone anziane o con più malattie, ma servono altri studi per capire quanto dipenda dalla possibilità di proseguire la cura fuori dall’ospedale. Vogliamo evitare giorni di ricovero non necessari senza perdere il controllo della terapia. Per farlo dobbiamo mettere in collegamento infettivologi, infermieri, laboratorio e servizi territoriali fino alla conclusione del trattamento”, conclude Iaria.









